Da volontaria accountability a obbligo di legge: la rendicontazione sociale in Italia tra percezioni manageriali e meccanismi motivazionali

La responsabilità e il ruolo sociale delle imprese iniziarono ad emergere negli anni Sessanta e Settanta del secolo scorso in seguito a movimenti socio-culturali che avvallavano istanze di ordine ambientale, lavorativo ed etico. Numerosi apporti di esperti e ricercatori hanno poi accresciuto la letteratura, oggi notevolmente approfondita, sulla corporate social responsibility (CSR). Durante i decenni successivi nuove richieste di maggiore trasparenza e accountability hanno spinto alcune organizzazioni, anche in Italia, a redigere volontariamente i primi avanguardistici bilanci sociali e sono state quindi sviluppate linee guida e standard di misurazione e rendicontazione socio-ambientale. Più recentemente l’attenzione tra la comunità finanziaria e anche tra l’opinione pubblica a rinnovate sfide sociali, ambientali e di governance, la necessità per le imprese di riacquisire fiducia e competitività e di orientarsi ad una sostenibilità di lungo periodo e l’azione di sostegno di istituzioni e iniziative multistakeholder hanno incrementato esponenzialmente le adozioni di questa tipologia di reporting. In questo percorso di istituzionalizzazione e di conquista di consapevolezza si sono inserite attività di regolamentazione della disclosure non finanziaria da parte di organismi di controllo delle Borse e di legislatori nazionali.
In recepimento della direttiva europea 2014/95/UE che regola la comunicazione di informazioni non finanziario, è stato emanato nel 2016 in Italia il decreto legislativo n. 254 con il quale viene imposto a gli enti di interesse pubblico rilevante di rendicontare in merito a questioni ambientali e sociali e relative al personale, al rispetto dei diritti umani e alla lotta contro la corruzione.
Nel mondo accademico la discussione tra volontarietà e obbligatorietà del social and environmental reporting (SER) è ancora aperta e le controparti sottolineano l’una l’inefficacia della regolamentazione e l’altra l’opportunismo e la scarsa qualità che caratterizza l’informativa volontaria. L’obiettivo dello studio è di analizzare l’influenza del decreto legislativo 254/2016 sulle percezioni e motivazioni manageriali in riferimento al SER, da cui derivano le decisioni e le condotte organizzative. La normativa ha introdotto nuovi incentivi, pressioni e richieste di ordine regolativo ed ha quindi rappresentato anche una modifica dell’ambiente istituzionale esterno alle imprese. Affinché non costituisca soltanto una riforma amministrativa, si pone l’esigenza di una più estesa trasformazione appunto istituzionale, che potenzi il processo di cambiamento avvenuto soprattutto negli ultimi anni. La seconda domanda pertanto a cui si cerca di rispondere riguarda la capacità della legge di influire, oltre che direttamente sul comportamento delle imprese, anche sul contesto istituzionale a vantaggio del reporting non finanziario.
A tal fine la ricerca ha adottato un punto di vista manageriale e ha indagato gli aspetti cognitivi, attitudinali e motivazionali inerenti alla responsabilità sociale d’impresa e al SER degli individui coinvolti nell’adeguamento organizzativo alle disposizioni del decreto. L’interpretazione dei risultati è basata sul framework teorico neo-istituzionale, il quale studia il contesto istituzionale nelle sue componenti regolative, normative e cognitivo-culturali e il rapporto con il mondo organizzativo, e sulla prospettiva delle logiche istituzionali, che si interessa più specificatamente delle risposte delle imprese a processi istituzionali. Il lavoro di ricerca arriva a valutare l’iniziale impatto della recente normativa relativa alla rendicontazione di sostenibilità, indicando eventuali linee di miglioramento, e ad identificare una relazione biunivoca di dipendenza tra la sfera culturale e cognitiva ed elementi regolativi e normativi.


Alessia Stancari, Laurea magistrale in Management – Imprenditorialità sociale, Università degli Studi di Trento