FUTURO AL CUBO – Intervista a Ulrike Sauerwald, Valore D

Intervista a Ulrike Sauerwald, Head of Research and Knowledge Management Valore D

Valore D ha appena pubblicata la ricerca Longboarding. Una nuova prospettiva della longevità professionale. Cos’è il Longboarding e perché avete scelto di raccontare così il concetto di carriere sostenibili?
Per molto tempo abbiamo immaginato la carriera come una traiettoria lineare e ascendente, fatta di tappe prevedibili. Oggi le trasformazioni demografiche, tecnologiche e sociali mettono in discussione questa idea: in Italia l’età media è salita a 44,2 anni e la componente degli occupati over 50 è cresciuta di 23 punti percentuali in vent’anni. Quattro generazioni lavorano fianco a fianco, e il tempo non è una risorsa uguale per tutti: per alcuni si traduce in competenze e libertà di scelta, per altri in lavori intermittenti e responsabilità di cura non riconosciute. Il Longboarding nasce da questa domanda: come costruire carriere che restino sostenibili non per un momento, ma lungo l’intero arco della vita professionale? Abbiamo ascoltato oltre 11.000 persone in 49 aziende e 12 comparti economici per capire come bisogni, aspettative e motivazioni cambiano nel tempo, e come le organizzazioni possano imparare a riconoscerli invece di applicare modelli rigidi pensati per un solo tipo di lavoratore.

Quali sono, in concreto, le leve su cui un’azienda può lavorare?
Ne abbiamo individuate diverse, e sono complementari. Lo scambio intergenerazionale è una delle più potenti: programmi di mentorship che mettano in dialogo l’esperienza di chi ha più anni di carriera con l’energia e le competenze digitali di chi è appena entrato nel mondo del lavoro, in entrambe le direzioni. Poi c’è la salute, un outcome multidimensionale: penso in particolare alla salute femminile, spesso ancora un tabù in azienda, e al peso della cura che ricade in modo sproporzionato sulle donne, non solo verso i figli ma sempre più verso genitori anziani e familiari fragili. Infine, i servizi dedicati alle persone fragili, che permettono di intervenire prima che la fragilità sia già compiuta, non solo dopo. Sono tre pezzi dello stesso mosaico: valorizzare la persona nella sua interezza, non solo la sua performance in un dato momento.

Il report dedica un intero capitolo al legame tra genere, salute e carichi di cura. Cosa emerge in particolare per le donne, e come si traduce in servizi concreti per le persone fragili?
Emerge quello che nella ricerca chiamiamo il paradosso della longevità femminile: le donne hanno un’aspettativa di vita più alta, ma trascorrono un numero maggiore di anni in condizioni di fragilità o salute precaria. Vivere più a lungo non significa vivere meglio. In tutte le generazioni le donne valutano la propria salute meno positivamente degli uomini, e registrano livelli di stanchezza quasi doppi rispetto agli uomini (40,8% contro 30,6%) e meno ottimismo verso il futuro. Una parte importante di questo divario nasce dallo sbilanciamento nei carichi di cura: sono ancora soprattutto le donne a occuparsi di figli, genitori anziani e familiari fragili, spesso anche lavorando a tempo pieno, e chi ha un anziano a carico registra i picchi più alti di stanchezza e ansia della nostra rilevazione. A questo si somma il gender pay gap, che nel tempo diventa pension gap: meno risorse economiche in età avanzata significano anche meno accesso a visite specialistiche, screening preventivi e cure. Per questo servono servizi dedicati alle persone fragili che sollevino le famiglie non solo dopo che la fragilità è conclamata, ma prima: flessibilità come lo smart working, supporto al caregiving, prevenzione sanitaria mirata. È una leva che rende il Longboarding concreto, perché restituisce tempo ed energie proprio a chi oggi ne ha meno.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *