Imprese, responsabilità sociale e nuovi centri culturali ibridi: un possibile dialogo

Nel complesso scenario contemporaneo caratterizzato da criticità emergenti e da profonde trasformazioni demografiche, economiche e sociali, da un lato si è assistito alla contrazione delle risorse pubbliche per le politiche di welfare e dall’altro all’intensificarsi della domanda di servizi da parte delle compagini più fragili della popolazione. Ciò ha portato ad un coinvolgimento continuamente crescente del terzo settore e del mondo profit, i quali sono stati fortemente incoraggiati a costituirsi come agenti di sviluppo sostenibile e consapevole della società. A fare da quinta a tali
mutamenti è soprattutto il panorama urbano, principale teatro delle difficoltà e delle conflittualità crescenti. Per cercare di invertire la tendenza delle dinamiche di marginalizzazione e di degrado che dal contesto urbano si riverberano sulle comunità locali, pertanto, il discorso europeo – e analogamente quello dei singoli stati membri, tra cui l’Italia – si è rivolto in maniera sempre più diffusa alla rigenerazione urbana. Quest’ultima si costituisce come un processo integrato e prevede la necessità di lavorare simultaneamente sugli aspetti sociali, culturali, fisici ed economici secondo un modello place-based, il quale mira ad impiegare le risorse già in possesso delle aree urbane come base di partenza per la loro rigenerazione. Attraverso pratiche diffuse di cittadinanza attiva e cura condivisa dei beni comuni urbani, così, la rigenerazione urbana punta a favorire processi di empowerment e a dare avvio a politiche policentriche di welfare generativo orientate a favorire lo sviluppo di comunità. In questo scenario, nel corso dell’ultimo decennio la cultura ha assunto un ruolo sempre più rilevante, rappresentando in molte iniziative di rigenerazione urbana il punto di partenza per avviare progettualità dal forte impatto sociale e alimentando processi di collaborazione e co-progettazione tra cittadini, organizzazioni private e istituzioni pubbliche. Alla cultura, infatti, si è riconosciuta la capacità di favorire lo sviluppo di capitale sociale mediante l’accrescimento dei legami comunitari, il rafforzamento della coesione sociale, il dialogo interculturale e la condivisione di esperienze. La cultura diviene così il motore della città culturale, ossia una città in cui sia possibile realizzare co-progettazione attivando processi di empowerment dei cittadini ed energie culturali dal basso, creando nuove visioni e nuovi paradigmi, nell’ottica di un welfare culturale che spinga le persone, la società civile, le istituzioni e le imprese ad intraprendere percorsi di responsabilità sociale e ad acquisire nuove consapevolezze. In un tale panorama, imprese e nuovi centri culturali ibridi possono svolgere un ruolo di primo piano. Entrambi, infatti, mirano a porsi come attivatori di nuove dinamiche di sviluppo e in questa volontà sono accomunati da un terreno d’azione comune: le comunità locali. Per le imprese il rapporto con le comunità si inquadra nella cornice di riferimento della responsabilità sociale d’impresa. Come rilevato dalla Commissione delle Comunità Europee nel Libro Verde (2001), infatti, «le imprese dipendono dalla buona salute, dalla stabilità e dalla prosperità delle comunità che le accolgono» (p. 12) e per questa importanza ricoperta le comunità si pongono come uno dei principali stakeholder delle imprese. I nuovi centri culturali ibridi, invece, sono un’infrastruttura culturale e sociale di prossimità radicata sui territori, capace di prendersi cura su più livelli di un tessuto comunitario smembrato dalla crisi, di riconnettere le persone ai luoghi, di ricucire relazioni di vicinanza e costruire nuova fiducia (Franceschinelli, 2021). In Italia sono un fenomeno recente: è solo nel corso degli ultimi dieci anni, infatti, che questi centri hanno dato vita ad una scena culturale autonoma che ha iniziato ad operare esternamente ai sistemi culturali tradizionali (Di Pietro & Franceschinelli, 2021), con l’obiettivo di portare la cultura fuori dai suoi spazi canonici e dentro le comunità. I nuovi centri culturali ibridi guardano alla dimensione politica, sociale e aggregativa della cultura e la vedono come uno strumento imprescindibile per la (ri)costruzione di capitale sociale.
L’obiettivo di queste realtà, pertanto, è creare opportunità di connessione per le persone e costruire un rinnovato senso di comunità che consenta di reperire le risorse necessarie allo sviluppo all’interno delle comunità stesse.
Dato questo composito quadro teorico, il presente progetto di ricerca nasce dalla constatazione che gli attuali rapporti tra imprese e nuovi centri culturali ibridi sono scarsi e poco sviluppati, e dall’intuizione che i due soggetti possano però rappresentare un valido interlocutore l’uno per l’altro.
Per dimostrare la bontà di tale intuizione, la ricerca si struttura a partire da due domande principali: (i) perché imprese e nuovi centri culturali ibridi possono essere validi interlocutori le une per gli altri?; (ii) con quali modalità pratico-operative può concretizzarsi una collaborazione tra imprese e nuovi centri culturali ibridi? Per rispondere alle domande di ricerca, si procede innanzitutto a contestualizzare l’operato delle imprese nell’ottica della responsabilità sociale andando ad approfondire il rapporto che intercorre tra imprese e comunità di riferimento. Si focalizza pertanto l’attenzione su tre aspetti specifici: corporate citizenship, stakeholder engagement e corporate community engagement (Capitolo 2). Dopodiché, si procede ad analizzare il contesto in cui operano i nuovi centri culturali ibridi approfondendo tre aspetti: rigenerazione urbana a base culturale, dimensione sociale della cultura e caratteristiche dei nuovi centri culturali ibridi (Capitolo 3). Nel corpo dei capitoli 2 e 3 si rileva pertanto come il terreno d’incontro per imprese e nuovi centri culturali ibridi sia costituito dalla dimensione di luogo della comunità locale. Al termine di questa parte introduttiva, si provvede a rispondere alla prima domanda di ricerca (Capitolo 4). Si individuano così tre punti di contatto tra l’operato delle imprese e quello dei nuovi centri culturali ibridi ossia lo sviluppo sostenibile, l’innovazione sociale e lo sviluppo di comunità. Si individuano altresì due potenziali criticità che potrebbero caratterizzare il rapporto tra i due soggetti ovvero: (i) il rischio di incorrere in pratiche di cultural washing e di vedere il sostegno ai nuovi centri culturali ibridi solo come un trend di responsabilità sociale; (ii) la difficoltà nel valutare l’impatto sociale, soprattutto quando il valore sociale è generato attraverso pratiche culturali. Infine, si provvede a rispondere alla seconda domanda di ricerca, andando ad analizzare tre casi studio focalizzati sul rapporto intercorso tra imprese (o loro dirette emanazioni come fondazioni d’impresa) e nuovi centri culturali ibridi (Capitolo 5). L’elaborato si conclude con delle riflessioni che, tirando le somme della ricerca condotta, mettono in evidenza i pattern rilevati e si auspicano di porre le basi per futuri studi su questo vastissimo campo d’indagine.

 


Giulia Mazzoni – Economia e Gestione dei Beni Culturali – Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano