FUTURO AL CUBO – Intervista a Giulia Gennaro, operàri

Contributo di Giulia Gennaro, Board Member operàri

Cosa si aspetta un giovane che entra nel mondo del lavoro dall’organizzazione di cui fa parte dal punto di vista della formazione?
Noi giovani che entriamo nel mondo del lavoro abbiamo le idee chiare su una cosa: vogliamo davvero imparare e crescere professionalmente. Anch’io, come tanti della mia generazione, ho iniziato la mia ricerca di lavoro puntando sui tirocini post università, considerandoli come un trampolino di lancio per la mia carriera.
Il Ministero del Lavoro definisce il tirocinio come un periodo di formazione strutturata. Ma spesso la realtà che incontriamo sul campo è diversa da questa definizione. Quando andavo ai primi colloqui, la domanda che facevo sempre era: “Quali opportunità di formazione offrite?”. All’inizio mi sentivo un po’ in imbarazzo a chiederlo, temendo di apparire presuntuosa, ma per me era importante capire l’approccio dell’azienda verso i giovani. Le risposte che ricevevo mi aiutavano a farmi un’idea della cultura aziendale.
Ricordo in particolare un colloquio che mi ha segnato. Alla mia domanda sulla formazione, mi hanno risposto: “Qui si impara facendo”. Quella risposta mi ha fatto capire che forse non era il posto giusto per me, perché cercavo qualcosa di più strutturato e orientato alla crescita.
La verità è che noi giovani non abbiamo molte aspettative, ma cerchiamo un’organizzazione che rispetti l’esperienza formativa del tirocinio e anche noi giovani come persone. Essere affiancati durante tutto il percorso formativo, e non solo nel primo mese, è fondamentale per la nostra crescita personale e professionale. Credo che sia importante anche per le aziende ripensare questo approccio. Investire seriamente nella formazione significa avere professionisti preparati, persone che conoscano la realtà aziendale e i propri valori. Non chiediamo niente di straordinario: solo che quando si parla di “tirocinio formativo”, ci sia davvero un piano concreto dietro quelle parole. È un’opportunità di crescita che può fare la differenza per entrambe le parti.

Cosa dovrebbero offrire le università e gli istituti di formazione/specializzazione ai giovani che intraprendono un percorso di studi e che intendono lavorare nel settore della sostenibilità?
Il corso universitario che ho intrapreso non era specializzato sulla sostenibilità. Tuttavia, ho osservato da vicino il divario tra l’offerta formativa concentrata sulla sostenibilità e l’effettiva richiesta aziendale di competenze specifiche.
Prima di tutto, i corsi di formazione si concentrano soprattutto sull’aspetto ambientale dell’ESG. Pur riconoscendo il ruolo della responsabilità ambientale tra i pilastri ESG, credo che gli aspetti di governance e sociali vengano spesso trascurati. Capisco che le tematiche ambientali siano più immediate da spiegare e apprendere. Tuttavia, i percorsi formativi devono approfondire maggiormente il tema della governance, che rappresenta la vera forza trainante degli altri due pilastri. Avendo lavorato in un contesto focalizzato sulla sostenibilità nella governance aziendale, ho compreso il valore aggiunto che le imprese ottengono valorizzando questo aspetto.
Un altro punto critico riguarda la rappresentazione delle aziende nei casi studio. Sia nelle università sia nei corsi specialistici, prevale una rappresentazione quasi esclusiva di grandi aziende, creando un’immagine distorta del settore. Considerando che le PMI costituiscono il principale tessuto economico italiano, i corsi universitari devono porre maggiore enfasi su queste realtà. Questo è importante perché affrontano la sostenibilità con metodi e strumenti diversi, caratterizzati da sfide e opportunità specifiche.
Attualmente molti corsi formativi hanno connessioni consolidate con grandi aziende per opportunità lavorative post-accademiche, e questo porta i giovani a orientarsi verso queste organizzazioni. Solo con la rappresentazione delle piccole aziende, i giovani riescono ad avere una consapevolezza completa della varietà di organizzazioni presenti sul territorio. Le università potrebbero creare relazioni con le piccole aziende per generare opportunità professionali più diversificate.

Un suggerimento da parte di una giovane per chi organizza percorsi formativi.
Dopo l’università, ho partecipato a diversi percorsi formativi durante il tirocinio, sia sulla sostenibilità che in altri ambiti. Attraverso questi corsi, ho identificato due aspetti cruciali che meritano di essere rivisti per massimizzare l’impatto della formazione.
Innanzitutto, è fondamentale rendere il linguaggio più accessibile. Troppo spesso la formazione viene percepita come noiosa e distante perché utilizza terminologie tecniche poco coinvolgenti. Per quanto vasto sia il tema della sostenibilità, semplificare il linguaggio e integrare esempi pratici di vita quotidiana rende i contenuti accessibili anche per chi non possiede formazione specifica nel settore. Solo così il campo della sostenibilità può essere arricchito da prospettive diverse, evitando che diventi un ambiente elitario.
In secondo luogo, è necessario reinventare il metodo formativo. Attualmente la formazione è vista dai dipendenti come attività improduttiva e dalle aziende come investimento a perdere. Per trasformare questa percezione, i percorsi formativi devono evolversi diventando più interattivi attraverso case study, role-playing e tecniche di gamification. Nel campo della sostenibilità stanno emergendo corsi innovativi che integrano elementi di gioco. Le informazioni vengono assimilate più efficacemente attraverso l’interazione tra facilitatore, partecipanti e gruppo, mentre le lezioni frontali passive risultano poco incisive.
Se per le organizzazioni che sviluppano percorsi formativi questa innovazione diventa un vantaggio competitivo, per le aziende verrà riconosciuta come investimento strategico. Ripensare la formazione in chiave accessibile e interattiva non è solo una questione di efficacia didattica, ma rappresenta un’opportunità per democratizzare la conoscenza e accelerare il cambiamento nelle organizzazioni.