FUTURO AL CUBO – Intervista a Francesco Pogliano, Studente

Intervista a Francesco Pogliano, Studente Gestione ambientale e sviluppo sostenibile (GASS)

Francesco Pogliano

Dal tuo punto di vista, cosa significa oggi “trovare il proprio posto” nel mondo del lavoro?
Trovare il proprio posto nel mondo del lavoro, oggi, non coincide più con un ufficio, un titolo o una posizione formale. Significa piuttosto trovare un equilibrio tra ciò che si ama fare, l’impatto che si riesce a generare e la possibilità di crescere costantemente.
Non è il riconoscimento esterno a rendere autentico questo percorso, ma la sensazione interiore di coerenza. Sapere che il proprio impegno produce valore reale, anche se non immediatamente visibile, e che ciò che si fa risuona con i propri valori e identità.
Il lavoro è un un percorso che si trasforma insieme a noi. Sperimentare, cambiare prospettiva e continuare a imparare significa sentirsi davvero in movimento verso il proprio posto.
Alla fine, trovare il proprio spazio non è una collocazione fisica ma una condizione mentale ed emotiva: è il momento in cui ci si riconosce in ciò che si fa e si percepisce un senso di appartenenza, a sé stessi e agli altri.

Quali sono, secondo te, le frustrazioni e le speranze più forti che attraversano chi ha la tua età e si approccia al mondo del lavoro (oppure ci sta entrando)?
Una delle frustrazioni più sentite è la difficoltà di vedere riconosciuto il proprio impegno. Molti giovani arrivano al mondo del lavoro dopo anni di studio, ma si trovano di fronte a prospettive che non rispecchiano le competenze e le energie investite. Questo genera disillusione e porta qualcuno a rinunciare alla propria vocazione, non per mancanza di talento, ma perché non intravede condizioni che la rendano sostenibile.
A questo si aggiunge il senso di incertezza. Non tanto l’idea che il lavoro cambi, siamo consapevoli che il mondo evolve, quanto la sensazione che non ci sia un terreno solido su cui costruire progetti a lungo termine. È una precarietà che pesa, ma allo stesso tempo ci obbliga a sviluppare adattabilità e resilienza.
Le speranze guardano al riconoscimento e alla crescita. Non ci aspettiamo un percorso lineare, ma desideriamo che l’impegno venga valorizzato e che ci siano spazi reali per sviluppare talento, creatività e responsabilità. Non si tratta solo di “avere un lavoro”, ma di costruire un futuro passo dopo passo, in contesti che diano fiducia e aprano opportunità concrete.
Se dovessi descrivere lo stato d’animo della mia generazione rispetto al lavoro, userei una parola: bilico. Viviamo tra la paura di non trovare spazio e la determinazione a crearne uno nuovo.

Che consiglio daresti a chi nelle aziende disegna policy, ambienti, percorsi per le persone più giovani?
I giovani non cercano solo un contratto, ma la possibilità di sentirsi parte attiva di un progetto. Aprire spazi di confronto reale significa riconoscere che anche chi è all’inizio porta prospettive utili, capaci di arricchire il modo in cui l’azienda guarda al futuro.
Un altro elemento decisivo riguarda le opportunità di crescita. La mia generazione desidera sviluppare competenze, sperimentare ruoli diversi, mettersi alla prova. Politiche che investono in formazione continua, mentoring e responsabilità progressive non sono accessori, ma fattori che determinano se un giovane vede nell’azienda un futuro possibile o preferisce cercarlo altrove.
Infine, i giovani sono particolarmente sensibili alla distanza tra ciò che un’azienda dichiara e ciò che effettivamente realizza. Valori come sostenibilità, inclusione o rispetto delle persone non possono rimanere principi astratti: devono tradursi in pratiche quotidiane, visibili e credibili.
In sintesi, il consiglio che darei è di creare ambienti autentici, dove i giovani possano crescere e contribuire con le proprie idee senza sentirsi marginali. È in questo equilibrio tra ascolto, sviluppo e coerenza che un’azienda può diventare un luogo capace di attrarre e trattenere nuove energie.