FUTURO AL CUBO – Contributo di Aurora Magni, Blumine

IL VENTO DELL’ECONOMIA CIRCOLARE SOFFIA SULL’INDUSTRIA DELLA MODA E NON È UNA NOVITÀ

Contributo di Aurora Magni, Presidente Blumine

Foto Aurora Magni

Nelle imprese del comparto tessile e moda al momento non sembra aver fatto breccia il Trump-pensiero con le note posizione contro il green deal e i soffioni della doccia a pressione controllata, ennesimo invito ad abbandonare ogni precauzione ambientalista. Certamente si registra preoccupazione per l’effetto dei dazi emessi poi sospesi da parte dell’amministrazione USA, per lo scenario geopolitico e le guerre in corso. Per quanto riguarda le politiche UE per la transizione sostenibile della moda le aziende si chiedono se saranno in grado di reggere il carico di lavoro e per le nuove responsabilità introdotte. Dal 2023, anno di approvazione della Risoluzione sulla strategia dell’UE per prodotti tessili sostenibili e circolari hanno infatti preso corpo una serie di regolamenti e direttive che trasformano quelle che fino a poco tempo fa erano azioni facoltative in obblighi di legge ed investono le organizzazioni a più livelli: dalla progettazione degli articoli al controllo della supply chain, dai green claims alla responsabilità estesa del produttore.
Ma al di là della comprensibile preoccupazione sulla capacità o meno di far fronte alle molteplici richieste, specie nel caso delle PMI meno strutturate, è diffusa la convinzione che la trasformazione di un comparto ambientalmente e socialmente critico come quello della moda in un sistema in grado di risparmiare le risorse, ridurre le emissioni e gestire correttamente i rifiuti pre e post consumo, sia un percorso obbligato da cui le imprese stesse non possono che trarre vantaggio, quanto meno in termini di efficienza e reputazione.
Avanti tutta quindi, seppur con fatica e a costo di sembrare troppo ottimisti in questo 2025 difficile. In particolare, osservando le molteplici iniziative intraprese, leggendo i bilanci di sostenibilità, notiamo come la cultura della circolarità sia ormai entrata nelle pratiche quotidiane o almeno nei programmi delle imprese del settore, assumendo il ruolo di fil rouge su cui si innestano ecodesign, passaporto digitale, contrasto al greenwashing, monitoraggio integrato della filiera.

La moda è circolare per dna
Togliamo un attimo dal nostro orizzonte il fast fashion che tutto è fuorché circolare in quanto basato sul principio compra anche ciò che non ti serve, tanto costa poco, gettalo, poi compra di nuovo e ancora e ancora. Non perché non si sia consapevoli della pericolosità ambientale e sociale di questo modello di business ma per introdurre un altro tema di riflessione. Fin dagli albori della moda, tessuti e abiti hanno avuto un indiscutibile valore economico legato alle materie prime e al tempo e alla fatica necessari alla loro lavorazione. Non è un caso che lenzuola e camicie siano citate nei testamenti medioevali come beni da lasciare agli eredi e che gli abiti nei secoli siano stati pensati e prodotti per durare a lungo grazie al cambio di maniche e colletti o all’allentamento di qualche provvidenziale piega, senza dimenticare i golfini sfatti e rifatti e la cultura del rammendo. Una trasformazione di materiali continua realizzata tra le mura domestiche o nelle botteghe sartoriali per far durare il più possibile il bene. E se il fenomeno ha certamente riguardato i ceti meno abbienti non ha lasciato immuni anche quelli più agiati accentuandosi nelle fasi storiche più critiche. Probabilmente Coco Chanel non pensava di essere un’eroina dell’economia circolare nel recuperare e riutilizzare stock di jersey invenduti per le sue prime pionieristiche collezioni o Ferragamo un cultore della green economy mentre utilizzava un mix di paglia e carta per le tomaie dei suoi sandali. Semplicemente l’arte di fare di necessità virtù è stata per secoli una pratica e una visione ben presente nella storia della moda e del design e che oggi si ripropone in una nuova sintassi che ha i valori dell’ecologia e della creatività come molte start up (ma anche imprese e brand) stanno documentando.