FUTURO AL CUBO – Intervista ad Andrea Zanzini, Appenninol’Hub

Intervista ad Andrea ZanziniProject Leader Appenninol’Hub

Andrea Zanzini

Ri-generare comunità e territori: ci spieghi meglio l’attività messa in campo da Appenninol’Hub?
Rigenerare comunità e territori per noi significa lavorare contemporaneamente su impresa, capitale umano e infrastrutture sociali. Non facciamo “progetti calati dall’alto”, ma costruiamo, insieme a chi li abita, ecosistemi locali, capaci di stare sul mercato e di produrre valore e impatto nel tempo.
Non interveniamo solo sui singoli progetti, ma sull’ecosistema: impresa, competenze, relazioni, fiducia.
Lavoriamo per trasformare fragilità – spopolamento, rarefazione dei servizi, marginalità economica – in leve di riattivazione. Lo facciamo suggerendo quel tanto di innovazione necessaria e fondamentale, accompagnando la nascita e lo sviluppo di imprese radicate nei territori, ma con una visione aperta e contemporanea.
Rigenerare, quindi, non significa solo recuperare spazi fisici e beni materiali, non è un atto edilizio, ma un processo collettivo per riattivare fiducia, competenze e relazioni. Significa creare condizioni perché le persone possano scegliere di restare o tornare, costruendo opportunità concrete e sostenibili.
Sempre di più, inoltre, ogni azione è accompagnata da un’attenzione rigorosa alla misurabilità dei risultati: definiamo obiettivi chiari, indicatori di performance economica e sociale, metriche di impatto sul territorio. Perché la rigenerazione non può essere solo un racconto suggestivo; deve produrre evidenze, occupazione, cambiamento positivo, valore condiviso.
Un’impresa deve far capire quanto un progetto contribuisce realmente a rafforzare una comunità: quanti posti di lavoro genera, quante competenze attiva, quante relazioni consolida, quanta attrattività restituisce a un luogo, quali trasformazioni introduce.

Appenninol’Hub è il primo incubatore specializzato nello sviluppo d’impresa in aree interne ed economie fragili: ci fai qualche esempio dell’attività che progettate e gestite?
Siamo un incubatore, ma anche una piattaforma di sviluppo territoriale. Accompagniamo startup, imprese esistenti ed enti del Terzo Settore, con percorsi di mentoring, supporto strategico e di accesso a reti e strumenti finanziari. Lavoriamo su modelli di business solidi, perché senza sostenibilità economica non c’è impatto duraturo.
Supportiamo, ad esempio, imprese che innovano settori tradizionali – agroalimentare, turismo, manifattura – introducendo sostenibilità ambientale, digitalizzazione e aprendosi a nuovi mercati. Oppure realtà che riattivano spazi inutilizzati trasformandoli in luoghi produttivi, culturali o di servizio per la comunità.
Parallelamente, lavoriamo con enti locali, attori territoriali e istituzionali su percorsi di capacity building e pianificazione strategica, così come per formare nuovi attivatori locali, perché lo sviluppo non può dipendere solo dall’iniziativa privata: servono competenze diffuse non frammentate e una governance capace di accompagnare i processi.
La nostra specificità sta proprio qui: non importiamo modelli urbani nei territori fragili, ma abilitiamo le condizioni per il loro sviluppo, tenendo insieme sostenibilità economica e impatto sociale, visione e misurabilità.

Quali progetti avete per il futuro?
Il futuro, per noi, è una parola concreta. Significa consolidare e ampliare una rete nazionale di incubazione dedicata alle aree interne, attrarre talenti e nuove competenze, rafforzare filiere legate alla transizione ecologica e digitale, rafforzare e valorizzare il network di enti pubblici e privati con cui collaboriamo e accompagniamo comunità e territori.
Stiamo lavorando su tre direttrici principali: attrazione di talenti e nuove competenze nei territori fragili; sviluppo di filiere innovative legate alla transizione ecologica e digitale; rafforzamento di partnership pubblico-private capaci di mobilitare risorse e visione di lungo periodo.
Crediamo che la vera sfida dei prossimi anni sia passare dalla sperimentazione alla strutturalità: fare in modo che lo sviluppo delle aree interne non sia episodico o legato a bandi, ma diventi una politica industriale e sociale stabile.
Per noi il futuro è questo: dimostrare che i margini possono diventare nuovi centri di innovazione, se messi nelle condizioni di esprimere il loro valore.
Ma oggi ci stiamo ponendo anche l’obiettivo di “chiudere il cerchio” della rigenerazione.
Se l’impresa è il motore, le persone sono il cuore. Per questo stiamo sviluppando Ca’Co – Casa Coliving: uno spazio di coliving e coworking pensato per riabitare i territori in modo contemporaneo ed affrontare la carenza cronica di spazi per abitare nelle aree interne. Un luogo dove vivere, lavorare da remoto, costruire comunità e contaminare competenze.
Ca’Co, perciò non è solo ospitalità: è infrastruttura sociale. È uno strumento per attrarre nuovi abitanti, temporanei e stabili, professionisti, creativi, innovatori che possano integrarsi con la comunità locale e generare nuove opportunità. È il punto di incontro tra chi arriva e chi già c’è.
In questo modo la rigenerazione diventa circolare: incubiamo imprese e sogni nel cassetto, rafforziamo competenze, misuriamo l’impatto, offriamo spazi per abitare e lavorare, supportiamo le comunità.
La sfida dei prossimi anni è rendere strutturale questo modello: dimostrare, dati alla mano, che le aree interne possono essere laboratori avanzati di sostenibilità economica e sociale. Non periferie da sostenere, ma nuovi centri da cui ripartire.