FUTURO AL CUBO – Contributo di Aurora Magni, Blumine

FUTURO AL CUBO – Contributo di Aurora Magni, Blumine

IL VENTO DELL’ECONOMIA CIRCOLARE SOFFIA SULL’INDUSTRIA DELLA MODA E NON È UNA NOVITÀ

Contributo di Aurora Magni, Presidente Blumine

Foto Aurora Magni

Nelle imprese del comparto tessile e moda al momento non sembra aver fatto breccia il Trump-pensiero con le note posizione contro il green deal e i soffioni della doccia a pressione controllata, ennesimo invito ad abbandonare ogni precauzione ambientalista. Certamente si registra preoccupazione per l’effetto dei dazi emessi poi sospesi da parte dell’amministrazione USA, per lo scenario geopolitico e le guerre in corso. Per quanto riguarda le politiche UE per la transizione sostenibile della moda le aziende si chiedono se saranno in grado di reggere il carico di lavoro e per le nuove responsabilità introdotte. Dal 2023, anno di approvazione della Risoluzione sulla strategia dell’UE per prodotti tessili sostenibili e circolari hanno infatti preso corpo una serie di regolamenti e direttive che trasformano quelle che fino a poco tempo fa erano azioni facoltative in obblighi di legge ed investono le organizzazioni a più livelli: dalla progettazione degli articoli al controllo della supply chain, dai green claims alla responsabilità estesa del produttore.
Ma al di là della comprensibile preoccupazione sulla capacità o meno di far fronte alle molteplici richieste, specie nel caso delle PMI meno strutturate, è diffusa la convinzione che la trasformazione di un comparto ambientalmente e socialmente critico come quello della moda in un sistema in grado di risparmiare le risorse, ridurre le emissioni e gestire correttamente i rifiuti pre e post consumo, sia un percorso obbligato da cui le imprese stesse non possono che trarre vantaggio, quanto meno in termini di efficienza e reputazione.
Avanti tutta quindi, seppur con fatica e a costo di sembrare troppo ottimisti in questo 2025 difficile. In particolare, osservando le molteplici iniziative intraprese, leggendo i bilanci di sostenibilità, notiamo come la cultura della circolarità sia ormai entrata nelle pratiche quotidiane o almeno nei programmi delle imprese del settore, assumendo il ruolo di fil rouge su cui si innestano ecodesign, passaporto digitale, contrasto al greenwashing, monitoraggio integrato della filiera.

La moda è circolare per dna
Togliamo un attimo dal nostro orizzonte il fast fashion che tutto è fuorché circolare in quanto basato sul principio compra anche ciò che non ti serve, tanto costa poco, gettalo, poi compra di nuovo e ancora e ancora. Non perché non si sia consapevoli della pericolosità ambientale e sociale di questo modello di business ma per introdurre un altro tema di riflessione. Fin dagli albori della moda, tessuti e abiti hanno avuto un indiscutibile valore economico legato alle materie prime e al tempo e alla fatica necessari alla loro lavorazione. Non è un caso che lenzuola e camicie siano citate nei testamenti medioevali come beni da lasciare agli eredi e che gli abiti nei secoli siano stati pensati e prodotti per durare a lungo grazie al cambio di maniche e colletti o all’allentamento di qualche provvidenziale piega, senza dimenticare i golfini sfatti e rifatti e la cultura del rammendo. Una trasformazione di materiali continua realizzata tra le mura domestiche o nelle botteghe sartoriali per far durare il più possibile il bene. E se il fenomeno ha certamente riguardato i ceti meno abbienti non ha lasciato immuni anche quelli più agiati accentuandosi nelle fasi storiche più critiche. Probabilmente Coco Chanel non pensava di essere un’eroina dell’economia circolare nel recuperare e riutilizzare stock di jersey invenduti per le sue prime pionieristiche collezioni o Ferragamo un cultore della green economy mentre utilizzava un mix di paglia e carta per le tomaie dei suoi sandali. Semplicemente l’arte di fare di necessità virtù è stata per secoli una pratica e una visione ben presente nella storia della moda e del design e che oggi si ripropone in una nuova sintassi che ha i valori dell’ecologia e della creatività come molte start up (ma anche imprese e brand) stanno documentando.

Educare alla sostenibilità

Il Salone EXTRA live – EVENTI
19 maggio 2025 | ore 11.30 – 12.30
Salone Internazionale del Libro di Torino
Lingotto | Pad. Oval | Caffè Letterario

Il ruolo delle imprese e del Terzo Settore

Coinvolgere i giovani è importante per rispondere alle sfide dello sviluppo sostenibile. I progetti che nascono dalla collaborazione tra più attori sociali presentano soluzioni originali e innovative.

Con Gennaro Galdo, Chiara Saliceti, Susanna Venisti

Modera Rossella Sobrero

Evento del Salone Internazionale del Libro di Torino in collaborazione con Il Salone della CSR e dell’innovazione sociale.

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Posti disponibili senza prenotazione

Dialogo con le reti territoriali: Impronta Etica

Il Salone EXTRA – EVENTI
15 maggio 2025 | ore 12.30

Evento online

Nuovo appuntamento del ciclo di incontri promossi dal Salone della CSR per far conoscere a livello nazionale l’attività di alcune reti che operano per far crescere la cultura della sostenibilità. Il focus del terzo appuntamento è su Impronta Etica. Durante l’edizione nazionale del Salone in ottobre a Milano le reti territoriali si incontreranno per confrontarsi, condividere esperienze, raccontare opportunità e criticità incontrate nelle loro attività.

Introduce e coordina
Rossella Sobrero, Gruppo promotore Il Salone della CSR

Intervengono
Sara Teglia, Coordinatrice Impronta Etica
Tommaso Chiarelli, Junior Project Manager Impronta Etica
Giorgia Vernocchi, Project Manager Impronta Etica

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Dialogo con le reti territoriali: Il Quinto Ampliamento

Il Salone EXTRA – EVENTI
17 aprile 2025 | ore 12.30

Evento online

Secondo appuntamento del ciclo di incontri promossi dal Salone della CSR per far conoscere a livello nazionale l’attività di alcune reti che operano per far crescere la cultura della sostenibilità. Il focus del secondo appuntamento è su Il Quinto Ampliamento. Durante l’edizione nazionale del Salone in ottobre a Milano le reti territoriali si incontreranno per confrontarsi, condividere esperienze, raccontare opportunità e criticità incontrate nelle loro attività.

Introduce e coordina
Rossella Sobrero, Gruppo promotore Il Salone della CSR

Quinto Ampliamento: chi siamo?
Myriam Ines Giangiacomo, Vicepresidente Il Quinto Ampliamento

Le diverse prospettive della partecipazione a Quinto Ampliamento raccontate dai membri del Consiglio Direttivo
Fabrizio Padovani, Banca Etica: il punto di vista della finanza etica
Massimo Lomen, Tesi: la prospettiva dell’impresa
Stefano Soliano, C-NexT: la prospettiva dell’innovazione
Alberto Carpaneto, Fondazione Human Plus: la prospettiva del non profit

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FUTURO AL CUBO – Intervista a Erika Belvedere, CSRnative

FUTURO AL CUBO – Intervista a Erika Belvedere, CSRnative

Foto di Erika BelvedereIntervista a Erika Belvedere, CSRnative

Cosa si aspetta un giovane che entra nel mondo del lavoro dall’organizzazione di cui fa parte?
Un giovane che si affaccia per la prima volta al mondo del lavoro si ritrova spesso ad affrontare delle sfide nuove e inaspettate poiché, da un giorno all’altro, viene catapultato in un mondo e in abitudini poco esplorate ma con cui si ritroverà a convivere per tutta la vita. Per questo motivo, una volta terminato il percorso universitario, è compito dell’organizzazione accompagnare noi giovani attraverso il lungo percorso di crescita che ci vede passare da un ambiente familiare, quello scolastico, a uno pregno di nuovi codici e significati, quello lavorativo. L’organizzazione, in questo scenario, ha dunque una responsabilità fondamentale nei confronti di noi giovani, proprio perché detiene il compito di guidare e facilitare il nostro orientamento all’interno dell’azienda, di approfondire e rendere ancora più completa la nostra formazione, di trasmetterci i suoi valori ma anche di essere aperta a quelle che sono le nostre esigenze e visioni del mondo, le quali potrebbero apportare un valore aggiunto all’impresa stessa. In questo senso, si può considerare l’organizzazione come un compagno che dona luce al sentiero di maturazione di noi giovani.

Pensando al welfare, ci sono servizi o iniziative a cui il personale più giovane dedica maggiore attenzione?
Sicuramente al giorno d’oggi per noi giovani è importante entrare in aziende che riescano ad assicurare dei servizi in linea con le nostre esigenze e i nostri stili di vita. In questo senso, alcune iniziative risultano essere più rilevanti rispetto ad altre. Dal momento che uno dei requisiti fondamentali di noi nuove generazioni è la possibilità di mantenere un giusto equilibrio tra vita lavorativa e vita privata, iniziative come convenzioni con palestre, cinema, teatri, viaggi e tante altre attività culturali e di intrattenimento potrebbero essere considerate come una prova tangibile dell’impegno da parte delle aziende nel cercare di tutelare e valorizzare lo spazio personale dei propri dipendenti. In questo contesto, anche servizi come lo smartworking e gli orari flessibili sono indispensabili per riuscire a coniugare le due sfere quotidiane di ciascuno di noi. Risultano poi significative anche tutte quelle attività da svolgere in azienda o insieme ai propri colleghi, come ad esempio gli spazi relax o i progetti di team building, i quali aiutano a creare un clima di benessere all’interno dell’ambiente lavorativo, ambiente che deve risultare il più accogliente e collaborativo possibile. Infine, anche servizi relativi all’assicurazione sanitaria e agevolazioni sulle spese domestiche e i mezzi di trasporti possono essere di aiuto a giovani che stanno cercando di costruire il proprio futuro e che affrontano diverse spese nonostante si trovino ancora all’inizio della loro carriera, anche in senso remunerativo.

Qual è, secondo te, il contributo che i giovani potrebbero apportare all’organizzazione in cui lavorano per migliorare la gestione delle attività di welfare aziendale?
Un welfare aziendale funziona solo se veramente rispecchia quelle che sono le necessità dei propri dipendenti. Per raggiungere questo obiettivo è necessario che le persone che lavorano in azienda si sentano libere di esprimere le proprie opinioni e i propri bisogni, senza aver paura di essere giudicati in modo negativo dagli altri colleghi o dai propri superiori. Una comunicazione efficace sta dunque alla base di una migliore gestione delle attività di welfare, poiché è solo tramite l’ascolto attivo che si riesce a creare un vero legame di valore tra organizzazione e dipendenti. All’interno di questo campo, i giovani potrebbero apportare un contributo significativo attraverso la condivisione delle loro idee, dei loro valori e delle loro visioni. In tal modo aiuterebbero le aziende a uscire dai modelli preimpostati di una gestione antiquata e dirigersi verso una modalità di erogazione di servizi più adatta e innovativa, dando così maggiore forza alla loro voce, al loro impegno e al loro modo di pensare fuori dagli schemi. Inoltre, il fatto di includere i propri dipendenti all’interno della gestione del welfare aziendale consentirebbe di aumentare il loro engagement e il loro senso di appartenenza al mondo dell’organizzazione, la quale si mostra così facilmente raggiungibile e aperta al dialogo.

FUTURO AL CUBO – Intervista a Giulio Natali, Fater

FUTURO AL CUBO – Intervista a Giulio Natali, Fater

Giulio Natali Intervista a Giulio Natali, Group Chief HR & Organization Officer Fater

Fater è un’azienda italiana fondata nel 1958 a Pescara da Francesco Angelini. Dal 1992 è joint venture paritetica tra Angelini Industries e Procter & Gamble e occupa oltre 1.500 persone. È leader nel mercato italiano dei prodotti assorbenti per la persona con i brand Tampax, Lines, Lines Specialist e Pampers, e key player nel mercato europeo dei prodotti per la cura della casa e tessuti con il brand ACE. È stata la prima azienda a sviluppare nel Paese il mercato dei pannolini monouso per bambini (1963), gli assorbenti femminili (1965) e a inventare gli assorbenti ultrasottili (1992). In Italia 3 famiglie su 4 hanno almeno un prodotto Fater.

Come nasce e in cosa consiste la strategia people first?
La strategia che chiamiamo People First si basa su un concetto molto semplice, ma al tempo stesso potente: creare i presupposti perché le nostre persone tornino ogni giorno a lavorare un po’ più felici, dando vita ad un circolo virtuoso che vada oltre i confini dell’azienda stessa, a beneficio della comunità nel suo insieme, dai nostri partner ai fornitori fino ad arrivare alle tante famiglie che scelgono i nostri brand. Una People Strategy che evoca un insieme di valori che mettono le persone prima di tutto, prendendosene cura dal punto di vista fisico, mentale, relazionale e finanziario. Si tratta di un approccio che si sviluppa su sei pilastri principali – Listen, Growth&Impact, Enjoy, Include, Inspire, Do The Right Thing – e da cui deriva la diffusione di una cultura basata, da una parte, su fiducia e delega e dall’altra, sulla comune volontà di liberare i talenti delle persone.

Il punto di partenza è sempre l’ascolto, che aiuta a mappare l’efficacia delle azioni già intraprese e a orientare quelle future, in una logica di dialogo costante volto alla valorizzazione del talento di chi collabora in azienda.

Ascoltare l’organizzazione non significa soltanto utilizzare strumenti tradizionali come le survey annuali e i focus group, ma anche momenti più informali tra colleghi o tra i manager e la popolazione aziendale davanti a un caffè. Negli anni questi momenti sono cresciuti: anche il leadership team è impegnato in prima linea ad ascoltare le persone Fater su temi rilevanti e a trovare possibili soluzioni per rispondere al meglio alle esigenze della popolazione aziendale.

In questo modo sono nate alcune scelte, anche coraggiose, che ci hanno portato a sperimentare un approccio al lavoro che permettesse di conciliare meglio la vita privata con quella professionale, forse l’esigenza più sentita da tutta la nostra popolazione aziendale: in Fater ad esempio, sono 4 anni che vige un modello di lavoro ibrido 5 gg su 5, che significa che le persone hanno piena libertà di lavorare nel luogo che preferiscono e di organizzare il proprio tempo liberamente e in modo responsabile. A beneficiarne sono stati i tanti genitori che lavorano in azienda, i colleghi caregiver e chi ha avuto la possibilità di seguire, parallelamente al lavoro, le proprie passioni. Il supporto alla genitorialità si è rivelato un tema molto sentito in azienda e così abbiamo messo in campo, tra le altre, misure quali il bonus asilo nido – un rimborso fino a 250 euro netti al mese per un anno – e , più di recente, con il progetto Kids@Campus, la possibilità di portare i figli sopra i 6 anni di età in ufficio, così da permettere ai colleghi genitori di continuare a svolgere il proprio lavoro in tranquillità.

Questo approccio richiede inevitabilmente un cambio di cultura che per noi ha significato superare i modelli conosciuti e sperimentati per adottare una visione più aperta e flessibile, oltre che dar vita ad un ambiente di lavoro che metta in campo concetti quali fiducia, responsabilità e orientamento ai risultati.

Quanto conta la collaborazione e la rete tra più soggetti per realizzare quanto emerge dall’attività di ascolto?
Conta tantissimo, l’azienda è un microcosmo che ha bisogno di lasciarsi ispirare e contaminare per evitare di rimanere concentrata unicamente su se stessa. La collaborazione con altri soggetti è fondamentale anche per trasformare ciò che emerge dall’attività di ascolto in azioni concrete ed efficaci. Così è possibile integrare prospettive, competenze e risorse, creando soluzioni condivise e maggiormente sostenibili. All’interno delle nostre sedi ospitiamo periodicamente professionisti, opinion leader capaci di stimolarci come persone e come professionisti, al tempo stesso costruiamo network virtuosi con altre aziende per condividere le best practice e con realtà che possano aiutarci a rispondere al meglio ai bisogni delle nostre persone. Cito tra tutte Parks – Liberi e Uguali, di cui siamo soci dal 2022, che ci ha supportato nell’implementare il sistema di congedi e permessi dedicati alle famiglie omogenitoriali.

Il futuro del welfare in tre parole
Inclusivo, sostenibile, innovativo.
In un mondo in continuo cambiamento, il welfare non può essere statico, ma deve adattarsi, evolvere e tener conto delle esigenze di tutti i collaboratori, garantendo benefici a lungo termine che abbiano un impatto positivo su tutta la comunità. L’innovazione sarà la chiave per progettare un welfare aziendale che sappia rispondere alle sfide del presente e anticipare le esigenze future. In questo senso anche le tecnologie digitali e i sistemi basati sull’intelligenza artificiale saranno utili a semplificare l’accesso ai servizi e personalizzare l’esperienza dei dipendenti. Dobbiamo lavorare perhé il welfare passi dall’essere un sistema di supporto a diventare un fattore chiave per il benessere e lo sviluppo sostenibile. Questa flessibilità di ruolo rappresenta una delle sfide più complesse ma essenziali per rendere il welfare un vero motore di crescita collettiva.

FUTURO AL CUBO – Intervista a Paolo Schipani, Welfare Come Te

FUTURO AL CUBO – Intervista a Paolo Schipani, Welfare Come Te

Intervista a Paolo Schipani, Direttore Generale Welfare Come Te 

Paolo Schipani

Come sta il Welfare Aziendale in Italia?
Mi verrebbe da dire che il welfare aziendale è come un attore non protagonista in un film d’azione: potrebbe rubare la scena, ma per ora si accontenta di fare la comparsa!
Il contesto socio-demografico rappresenta una situazione dove il contributo (e il protagonismo) del welfare aziendale sarebbe fondamentale per affiancare e integrarsi con gli altri pilastri del welfare in Italia; purtroppo, però, è ancora troppo spesso rilegato a soluzione tattica a traino delle opportunità fiscali rese dalla normativa. Il risultato è credere di fare welfare soltanto attraverso una piattaforma quando, in realtà, questa soluzione non risponde ai reali bisogni delle persone e delle famiglie.

Quali sono questi bisogni?
Nel 2024 – con l’Università di Bologna e l’Istituto Ixè – Welfare Come Te ha realizzato il primo Osservatorio Nazionale sui bisogni di Welfare di lavoratrici e lavoratori con responsabilità di cura, con l’obiettivo di fotografare, attraverso un’indagine su un campione rappresentativo di lavoratrici e lavoratori, i bisogni di chi oltre a lavorare è anche caregiver.
In sostanza: il 69,9% dei lavoratori è anche un caregiver; di questi, il 36,5% si prende cura di figli minori, e il 46% deve gestire familiari anziani e/o fragili. Inoltre, più del 18% è cosiddetto “sandwich”: ha responsabilità di cura sia verso i figli, sia verso i genitori.

È evidente, allora, che questo è un target sensibile e molto diffuso. Tra l’altro, il 70% dei caregiver è “fai-da-te”: dice di occuparsi della cura dei propri cari e della conciliazione dei suoi tempi esclusivamente contando sulla propria capacità organizzativa e sulle proprie forze.

Abbiamo finalmente una fotografia chiara dei Caregiver in Italia allora…
Esatto: sono tanti, sono schiacciati tra la cura dei figli e la gestione dei familiari anziani, in molti pensano di lasciare il lavoro a causa delle difficoltà di conciliazione (20%), e quasi 7 su 10 (68%) sono in burnout psico-fisico. Se non bastasse, sono soli e disorientati. Praticamente, dei supereroi senza super poteri.

E il welfare aziendale in tutto questo che ruolo ha?
Non ce l’ha. Per il 41,3% del campione, mancano servizi di welfare aziendale in grado di sostenere le esigenze di conciliazione. Quando si parla di welfare aziendale, come dicevo prima, si parla quasi esclusivamente di “piattaforma” alla quale le persone danno una sufficienza stiracchiata (il voto medio sulla soddisfazione è 6,5 su una scala da 1 a 10). E le misure di welfare maggiormente presenti (al di là di quelle contrattuali: assicurazione sanitaria, previdenza, …) sono sconti, convenzioni, fringe benefit, buoni acquisto.

Un panorama “grigio”… c’è qualcosa di positivo?
Certo! Diverse organizzazioni – ormai da anni – stanno costruendo progettualità complesse: iniziative di welfare aziendale che vanno oltre la piattaforma e sviluppano servizi di cura e assistenza a supporto dei caregiver. Welfare Come Te è la società che la cooperazione sociale ha realizzato proprio per questo: affiancare le aziende nel design e nello sviluppo di progetti di people care che rispondano ai bisogni delle persone e delle famiglie, che aiutino i caregiver a uscire dal disorientamento e dalla solitudine attraverso il supporto di professionisti che – da anni – lavorano e presidiano la “frontiera della cura”.

Dialogo con le reti territoriali: Animaimpresa

Il Salone EXTRA – EVENTI
19 marzo 2025 | ore 12.30

Evento online

Primo appuntamento di un nuovo ciclo di incontri promossi dal Salone della CSR per far conoscere a livello nazionale l’attività di alcune reti territoriali che operano per far crescere la cultura della sostenibilità in diverse realtà del paese. Il focus del primo appuntamento è su Animaimpresa che da anni collabora all’organizzazione del Giro d’Italia della CSR. Durante l’edizione nazionale del Salone in ottobre a Milano le reti territoriali si incontreranno per confrontarsi, condividere esperienze, raccontare opportunità e criticità incontrate nelle loro attività.

Introduce e coordina
Rossella Sobrero
, Gruppo promotore Il Salone della CSR

Intervengono
Valeria Broggian
, Presidente Animaimpresa
Andrea De Colle
, Project Manager Animaimpresa
Irene Quaglia
, Responsabile Comunicazione Animaimpresa
Gaia Degan
, Gruppo Giovani Animaimpresa
Arianna Arizzi
, Gruppo CSR Manager Animaimpresa

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FUTURO AL CUBO – Contributo di Alex Giordano, Rural Hack

FUTURO AL CUBO – Contributo di Alex Giordano, Rural Hack

FOODSYSTEM 5.0: PER UNA INTELLIGENZA ARTIFICIALE AL SERVIZIO DELLA COMPLESSITÀ

Contributo di Alex Giordano, Direttore Scientifico di Rural Hack, Professore Associato di Economia e Gestione delle Imprese all’Università Giustino Fortunato e Docente di Marketing e Trasformazione digitale dell’Università Federico II di Napoli.

Copertina del libro FOODSYSTEM di Alex Giordano

Viviamo un’epoca di transizione in cui l’agricoltura e il sistema alimentare devono affrontare sfide senza precedenti. Il modello agroindustriale attuale, estrattivo e lineare, ha rivelato i suoi limiti: impoverimento dei suoli, perdita di biodiversità, insicurezza alimentare e impatti climatici devastanti. Tuttavia, in periodi di crisi emergono opportunità di trasformazione radicale, in tempi in cui si parla tanto (forse troppo) di IA bisognerebbe riaffermare che quello di cui abbiamo bisogno non è solo un’evoluzione tecnologica ma una rivoluzione sistemica che integra innovazione tecnologica e sociale per creare modelli più sostenibili e resilienti. Superando il modello 4.0, basato su digitalizzazione e produttività, proponiamo un approccio al foodsystem che sia ispirato al modello di Society 5.0, una visione che reinterpreta il rapporto tra esseri umani, ecosistemi e tecnologie.
Siamo consapevoli che, proprio la radicalità dei cambiamenti da mettere in campo, li rende difficilmente realizzabili in tempi rapidi: anche la proposta strategica dell’Europa, elaborata all’inizio degli anni ’20, è stata fortemente messa in discussione, non tanto per le sue finalità quanto per gli effetti generati dalla sua realizzazione.

Dalla digitalizzazione alla simbiosi: il ruolo dell’intelligenza artificiale
Stiamo assistendo ad una progressiva diffusione dell’adozione di tecnologie avanzate in agricoltura: sensori IoT, droni, blockchain e intelligenza artificiale (IA). Tuttavia, l’innovazione tecnologica deve essere orientata verso un uso rigenerativo delle risorse e a una maggiore interconnessione tra intelligenze umane e artificiali. Anche perché, applicando le tecnologie a logiche, culture e dinamiche date, rischiamo di accelerare l’attuale sistema invece di migliorarlo.
Le tecnologie possono diventare alleate che favoriscono la custodia del suolo, la tutela della biodiversità, la riduzione degli input in campo, la produzione di cibo sano e salutare, le garanzie per i lavoratori e la dignità delle persone. Inoltre, la creazione di piattaforme di condivisione dei dati può consentire di ricavare, da questo nuovo petrolio, una ricchezza condivisa e impatti positivi sull’ambiente e sui sistemi sociali.
L’IA può amplificare la nostra capacità di comprendere fenomeni complessi, analizzando interazioni tra suolo, piante, animali e microbiomi. Essa suggerisce pratiche agricole che migliorano la fertilità dei terreni, ottimizza le filiere riducendo sprechi e inefficienze, e facilita decisioni condivise tra agricoltori, scienziati e policy maker.

Dalla produttività alla rigenerazione. L’invito a un nuovo sguardo: l’IA come strumento di esplorazione del vivente
Il futuro dell’agricoltura non si deve orientare solo ad una maggiore produttività, quanto piuttosto alla rigenerazione degli ecosistemi e al benessere delle comunità. È l’idea di un FoodSystem 5.0 dove le tecnologie servono per generare valore sociale, ambientale ed economico.
Per costruire questo futuro dobbiamo sviluppare un nuovo modo di vedere la realtà. L’IA può aiutarci a esplorare nuove relazioni tra esseri umani, ambiente ed economia. Può mappare le interdipendenze tra agricoltura e biodiversità, analizzare le correnti energetiche nei suoli e individuare pattern nascosti che guidano strategie di coltivazione. Inoltre, l’IA permette di raccogliere e valorizzare i saperi delle comunità rurali e di costruire modelli di governance partecipativa che rendano la transizione più equa e inclusiva.
Il futuro dell’agricoltura non dipenderà solo dalle aziende agroalimentari, ma sarà frutto di un processo collettivo, in cui scienza, comunità e tecnologia dovranno cooperare per immaginare nuove forme di coabitazione.
Non ci sono scorciatoie: neanche la tecnologia lo è.

FUTURO AL CUBO – Intervista a Maria Teresa Burdo, Andriani

FUTURO AL CUBO – Intervista a Maria Teresa Burdo, Andriani

Maria Teresa Burdo - AndrianiIntervista a Maria Teresa Burdo, Food Trust & CSR Communication Andriani

Andriani, Società Benefit e B Corp, è un’eccellenza nell’innovazione alimentare. Con sede a Gravina in Puglia, produce principalmente pasta con materie prime naturalmente prive di glutine come cereali e legumi, operando sia come co-packer sia con il brand Felicia. Attiva in 40 Paesi, adotta un modello di business sostenibile, con impatti positivi su filiera, cambiamento climatico, economia circolare, valorizzazione delle persone e sviluppo del territorio.

 

L’innovazione in agricoltura passa anche da una gestione responsabile della catena di fornitura. Quali sono i passi più importanti fatti da Andriani?
Andriani ha avviato un percorso di innovazione sostenibile nella gestione della filiera, puntando su tracciabilità, agricoltura rigenerativa e sinergie con il mondo agricolo. Un pilastro della nostra strategia è l’adozione di strumenti digitali avanzati che supportano gli agricoltori nella gestione delle coltivazioni. Grazie alla partnership con xFarm, abbiamo integrato la piattaforma Andriani Farm, offrendo soluzioni di digital farming, monitoraggio e supporto tecnico agli agricoltori di filiera. Questo migliora l’efficienza produttiva, riduce l’impatto ambientale e garantisce una qualità costante delle materie prime.
Inoltre questo sistema consentirà, ai consumatori del nostro brand Felicia, di accedere in modo trasparente alle informazioni sull’origine delle materie prime ed ai controlli di qualità lungo tutta la filiera, in un’ottica di food trust.
Collaboriamo inoltre con gli agricoltori per diffondere pratiche di agricoltura rigenerativa, fondamentali per preservare la fertilità del suolo e ridurre le emissioni di CO₂.

Il settore dell’agricoltura ha impatti notevoli sul territorio e sulle comunità. Come misurate gli impatti del vostro business?
Andriani adotta un approccio scientifico basato su metriche misurabili per monitorare l’impatto ambientale. Con Andriani Farm misuriamo carbon footprint, uso dell’acqua, eutrofizzazione e acidificazione della nostra filiera di legumi.
Inoltre, misuriamo le emissioni di CO₂ lungo tutto il ciclo produttivo e investiamo in nuove tecnologie per ridurre la nostra impronta carbonica: tra le iniziative concrete, abbiamo implementato un impianto a biomassa che utilizza i residui di produzione e di filiera per generare energia, contribuendo a ridurre l’impiego di fonti fossili come il gas naturale delle tradizionali caldaie a gas.
Promuoviamo la biodiversità alimentare, selezionando oltre 60 materie prime tra cereali e legumi, favorendo una dieta più varia a sostegno di modelli agricoli più resilienti e in armonia con l’ecosistema. Monitoriamo costantemente KPI di sostenibilità su emissioni, consumo idrico ed efficienza energetica, con l’obiettivo di migliorare progressivamente le nostre performance ambientali.

Il futuro dell’agricoltura in tre parole
Rigenerativa, tecnologica, resiliente.