FUTURO AL CUBO – Intervista a Diletta Servodio, CSRnative

FUTURO AL CUBO – Intervista a Diletta Servodio, CSRnative

Intervista a Diletta Servodio, CSRnative

Foto Diletta Servodio

La rete dei CSRnatives nel 2025 compie 10 anni. Quali sono gli obiettivi del vostro network?
Nel 2025 i CSRnatives compiono dieci anni. Un traguardo importante, che racconta non solo la crescita della rete, ma anche l’evoluzione di un’idea semplice: creare uno spazio dove i giovani potessero parlare di sostenibilità con voce propria. Non solo ascoltare, ma partecipare, proporre, costruire. L’idea è nata quando Rossella Sobrero ha scoperto l’esistenza di un gruppo di giovani impegnati nella sostenibilità in Argentina e da lì è partita la volontà di creare una rete simile in Italia; oggi siamo circa 600 membri tra studenti e giovani professionisti. Gli obiettivi? Restano saldi: diffondere la cultura della sostenibilità, coinvolgere le nuove generazioni, creare connessioni con il mondo aziendale, accademico e del terzo settore. Lo facciamo attraverso tre team: Redazione, Eventi, Formazione, ognuno con un ruolo preciso ma interconnesso. C’è chi cura il blog e pubblica ogni anno un eBook, chi organizza incontri pubblici e partecipa a eventi nazionali come Il Salone della CSR, chi si occupa di costruire occasioni di confronto diretto con professionisti del settore. È una rete che vive di collaborazione, energia, passione e che in dieci anni ha dimostrato che quando i giovani hanno spazio e fiducia, la sostenibilità può diventare davvero una cosa concreta.

Ci fai un esempio delle attività che avete realizzato in questi anni?
Sono entrata di recente nella rete dei CSRnatives, ma fin da subito ho percepito la forza di un percorso costruito con passione e idee concrete. Durante l’ultimo incontro VALORE GIOVANI: Il Futuro è adesso, Vincenzo Baccari, il nostro coordinatore, ci ha accompagnato in un viaggio nei primi dieci anni del network. Mi ha colpito il modo in cui giovani di diverse generazioni si sono messi in gioco, con creatività e determinazione, per parlare di sostenibilità in modo autentico. Dal primo evento #BornToCSR nel 2016 all’Università degli Studi di Milano al gioco dell’oca contro lo spreco alimentare durante la Milano Food Week, ospitato dalla IULM. Dai dialoghi sulla diversity & inclusion in collaborazione con ALTIS – Università Cattolica, fino al più recente evento sull’economia di prossimità, sempre nella sede di ALTIS e insieme a Sustainability Makers. Ogni appuntamento ha raccontato un impegno reale, costruito passo dopo passo. Panel, quiz, interviste, format nuovi: dietro ogni iniziativa c’è il desiderio di portare la sostenibilità fuori dai manuali, di renderla viva e accessibile. Anche se non ho vissuto in prima persona queste tappe, è stato emozionante sentirle raccontare da chi le ha vissute. E oggi, sapere di far parte di questa storia mi dà ancora più voglia di contribuire, di portare avanti quello stesso spirito, con nuove idee, nuovi linguaggi, ma con la stessa convinzione: che il cambiamento parte da chi ha il coraggio di provarci.

Il Premio Valore Giovani di è concluso da poco… Come è andata?
Il Premio Valore Giovani, alla sua prima edizione, ha rappresentato un’occasione importante per far emergere quanto, da realtà locali più piccole a grandi organizzazioni, ci sia un impegno concreto a favore dei giovani e della sostenibilità. Ho avuto l’opportunità di far parte della giuria e, analizzando i quasi cinquanta progetti presentati, ho potuto apprezzare un impegno e una qualità che hanno superato le mie aspettative. I vincitori (Gruppo Maggioli, A2A e COSPE) hanno proposto iniziative diverse ma tutte capaci di valorizzare i giovani, dal lavoro alla cultura fino all’impegno nelle comunità, dimostrando quanto sia importante guardare alle nuove generazioni come protagoniste del futuro. Questo premio vuole essere un primo passo, non un punto d’arrivo, un invito a continuare a investire con attenzione e responsabilità. Nel complesso, un risultato molto positivo che ci stimola a proseguire con convinzione.

Intervista a Pina Sergio, Camera di Commercio di Como-Lecco

Intervista a Pina Sergio, Camera di Commercio di Como-Lecco

Intervista a Pina Sergio, Dirigente Area Promozione Economica e Regolazione del Mercato Camera di Commercio di Como-Lecco

Pina SergioLa Rete Lariana è stata creata di recente. Come è nata l’idea e quali obiettivi vi siete dati come Camera di Commercio di Como-Lecco?
La Rete è frutto di un lavoro iniziato nel 2018 con il progetto SMART, che ha messo in rete i territori di Como e Lecco e del Canton Ticino promuovendo la sostenibilità attraverso azioni di formazione, ricerca e accompagnamento. A seguire abbiamo iniziato un lavoro sulle filiere produttive rappresentative delle eccellenze del territorio che hanno visto le imprese stesse partecipare alla realizzazione di strumenti di sostenibilità. La Rete Lariana è stata la naturale evoluzione di quel percorso ed è nata con l’obiettivo di affrontare le sfide poste dalla doppia transizione – sostenibile e digitale – e di generare un impatto positivo per la comunità in modalità partecipativa e collaborativa. La Rete coinvolge imprese, enti del terzo settore, istituzioni pubbliche, associazioni di categoria, reti di organizzazioni – quali le scuole ad esempio – già attive sul territorio e tutte quelle realtà che operano come facilitatori di sostenibilità e condividono i valori e il regolamento della Rete.

Il tema della transizione sostenibile è sempre più importante: quali sono le iniziative che state organizzando?
La Camera di Commercio sta sviluppando un progetto dedicato alle Comunità Energetiche Rinnovabili (CER) con il duplice obiettivo di far conoscere il tema, promuovere e favorire il dialogo tra i diversi attori del territorio oltre che facilitare l’adesione da parte di tutti i soggetti interessati alle numerose CER già presenti, grazie anche a un Catalogo CER, che abbiamo realizzato appositamente.
La Camera di Commercio di Como-Lecco nell’ambito del programma SMART ha sviluppato con il supporto scientifico della SUPSI e la collaborazione della Camera di Commercio del Canton Ticino, un modello di rapporto semplificato, disponibile sul sito, per aiutare le piccole e medie imprese del nostro territorio a dotarsi di uno strumento di comunicazione e di pianificazione che, in modo semplice ed efficace, permetta di approcciare il tema della sostenibilità e della responsabilità sociale e contribuire alla transizione sostenibile del territorio. DINTEC – consorzio per l’innovazione tecnologica agenzia in house di Unioncamere, delle Camere di Commercio ed ENEA – ha deciso di avvalersi della piattaforma SMART quale strumento per la redazione di report di sostenibilità semplificati. Grazie alla partnership con DINTEC e alla proposizione del servizio da parte delle Camere di Commercio, SMART sarà messo a disposizione delle imprese dell’intero territorio nazionale.

Con il progetto SMART promuovete diversi strumenti per una migliore gestione in ottica di economia circolare e responsabilità sociale. Ci fate qualche esempio?
RE-FIL Filiere Responsabili è un progetto che ha coinvolto le imprese di diversi settori produttivi (tessile, metalmeccanico, alimentare e packaging, turismo, legno e arredo) che insieme hanno scelto e sviluppato strumenti operativi, con il supporto della Scuola Superiore Sant’Anna di Pisa. Il set di tool è ora disponibile gratuitamente per tutte le imprese del territorio e include strumenti per la gestione e la valutazione dei fornitori anche in termini di economia circolare, l’analisi del ciclo di vita del packaging, la comunicazione ESG solo per citarne alcuni.
Tutti i tool sono parte di una cassetta degli attrezzi che include materiali di formazione, studio e approfondimento.
In questo contesto si inserisce anche “STEPS – Percorsi di Sostenibilità”, un programma formativo ideato dalla Camera di Commercio di Como-Lecco in collaborazione con AITI (Associazione Industrie Ticinesi). Il percorso si articola in un incontro al mese per dieci mesi all’anno, ciascuno dedicato a una specifica area tematica, con sessioni teoriche, interventi di esperti, strumenti operativi e laboratori pratici. L’obiettivo è fornire alle imprese gli strumenti per comprendere a fondo la responsabilità sociale d’impresa, redigere un report di sostenibilità e individuare le azioni strategiche per trasformare la CSR in un vantaggio competitivo.

FUTURO AL CUBO – Contributo di Walter Sancassiani, Focus Lab

FUTURO AL CUBO – Contributo di Walter Sancassiani, Focus Lab

Le opportunità (e le sfide) di fare reti d’impresa per la sostenibilità

Contributo di Walter SancassianiFounder Focus Lab – coord. B Local Modena

Trovare soluzioni per la sostenibilità d’impresa in tempi di incertezza è una sfida a livello di ogni singola azienda, ma collaborando in reti di imprese dedicate possono essere individuate maggiori opportunità, in particolare per le PMI.

Reti o “laboratori” di imprese per azioni di sostenibilità sono avviate da almeno due decenni nel contesto internazionale e italiano. Nel tempo sono evolute le denominazioni di contenuto e gli obiettivi di riferimento: CSR, Sostenibilità, SDGs ONU, Rigenerazione, impatti ESG, Economia Civile, ecc. Si sono inoltre sviluppate coalizioni su specifiche campagne tematiche (es. Climate Action, Welfare di Comunità, Education, Diversity) o per filiere o per approcci di purpose (es. B Local, reti di imprese B Corp).

I modelli organizzativi e di governance, formali e informali, delle reti d’impresa per la sostenibilità sono naturalmente diversi dal punto di vista gestionale e delle risorse. Inizialmente molte reti erano promosse dalle Camere di Commercio locali o da associazioni di categoria. A seguire sono state attivate volontariamente da parte di gruppi di imprese dei territori che si organizzano in ETS o a volte in forma mista multi-stakeholder (Enti locali, associazioni di categoria, imprese, organizzazioni del Terzo Settore), con momenti anche di confronto tra reti, ad esempio, durante il Salone della CSR.

In questi anni ci sono state numerose sperimentazioni che hanno evidenziato il valore della collaborazione tra imprese di diverse dimensioni e settori. Ogni modello ha ovviamente punti di forza e criticità rispetto alla governance adottata, all’engagement degli stakeholder locali, alla reale motivazione dei promotori e partecipanti, alla quantità e qualità delle attività svolte, ai risultati da raggiungere.

Nella realtà delle esperienze esistenti, la gran parte delle reti CSR si focalizzano sullo scambio di informazioni e confronto di pratiche gestionali, con l’obiettivo di aggiornare conoscenze, funzionali da riportare in azienda e da adattare alle proprie attività. Seminari di formazione e workshop di approfondimento sono tra le attività più diffuse.

Più rare, ma più evolute, sono invece le esperienze di reti che nascono soprattutto con approccio di co-progettazione, per elaborare soluzioni e realizzare progetti ex novo, con processi di engagement strutturati nel tempo e con un mix di modalità e impegni.
Dal punto di vista metodologico sono esperienze più complesse per l’uso combinato di vari strumenti di conoscenza, apprendimento e collaborazione, articolato in ricerche-indagini di partenza, visite esperienziali nelle aziende e nei territori, workshop di co-progettazione, focus group di monitoraggio dei progetti definiti e forum pubblici di rendicontazione dei risultati dei progetti.
A prescindere dal modello, spesso la differenza di impatti e ricadute è legata al tipo di motivazione e aspettative, dalle risorse messe in gioco, in termini di impegno e tempo dedicato dai singoli partecipanti delle aziende rappresentate, dalla continuità.

I vantaggi delle collaborazioni in rete tra imprese sono diversi e multi-livello: condivisione di esperienze di responsabilità sociale come scambio di soluzioni innovative, aggiornamento continuo di know-how, co-apprendimento e sviluppo di competenze tra pari, confronto diretto con imprese che affrontano sfide simili.

Altre opportunità sono la possibilità di attività di Benchmarking come valutazione delle proprie performance rispetto ai competitor o imprese di altre filiere. Ancora, la condivisione tra imprese di settori complementari, per lavorare ad esempio su nuovi standard o nuove certificazioni di sostenibilità con percorsi comuni per condividere dubbi e soluzioni utili alle parti coinvolte. Non ultimo anche la possibilità di trovare nelle reti multi-stakeholder partners “sociali” del mondo del Terzo Settore per azioni mirate a beneficio di attori deboli nella comunità di riferimento.

Questi numerosi vantaggi sono già una grande opportunità in particolare per le PMI che di solito hanno poche figure dedicate e risorse scarse per azioni di sostenibilità, ma a differenza delle grandi imprese, sono più agili e rapide nel prendere decisioni e attuare adattamenti.

A volte dalle partecipazioni in reti locali per azioni di sostenibilità possono anche scaturire opportunità commerciali, come individuare partner di imprese o fornitori che possono contribuire alla realizzazione di progetti su specifiche tematiche (es. azioni di economia circolare o servizi per il welfare aziendale/benessere dei dipendenti, riduzione degli impatti climatici lungo la supply chain) che difficilmente sarebbero realizzati autonomamente.

Altre variabili sui possibili impatti positivi delle reti e delle singole aziende partecipanti sono legate alle figure e al ruolo rappresentato nelle attività delle reti. Se le imprese sono coinvolte direttamente con l’imprenditore o con responsabili d’area o come funzionari ne derivano effetti di solito diversi. Il livello decisionale e motivazionale rispetto alle scelte progettuali da fare e le priorità da sviluppare cambia notevolmente, soprattutto nelle PMI.

Altra variabile è la relazione tempo/impegno/aspettativa. L’approccio di rete con co-progettazione richiede maggiore impegno, responsabilità e tempo da dedicare, continuità, approfondimento, azioni lungo il ciclo di vita di un progetto, impegno a misurare meglio il rapporto obiettivi/risorse dedicate internamente e relativi risultati da raggiungere, nonché disponibilità a creare partnership con consapevolezza sui rischi del dare/avere in termini di soluzioni e risultati da raggiungere, e relativi rischi.

Le esperienze di collaborazione tra imprese e multi-stakeholder, semplici o strutturate, al netto di ogni modello ed esperienza esistente di rete, prevedono maggiore impegno e fatica ma consentono comunque di avere maggiori vantaggi e di creare cambiamento personale e di gruppo, in termini di relazioni umane, consapevolezza tecnica interdisciplinare, sviluppo di competenze trasversali, sia dal punto di vista personale che come aziende rappresentate.
In estrema sintesi, le reti-alleanze-coalizioni, facilitano cambiamenti trasversali.

 

 

Meet the CSR Leaders

Meet the CSR Leaders

Al Salone della CSR è tornato Meet the CSR Leaders, il progetto realizzato in collaborazione con Amapola e il network dei CSRnatives. Giovani studentesse e studenti universitari hanno avuto l’occasione di dialogare con professioniste e professionisti della sostenibilità, partecipando a sessioni individuali di 30 minuti.

Meet the CSR Leaders è un progetto nato nel 2022 con l’obiettivo di guidare le nuove generazioni nella scoperta delle opportunità professionali nel settore della sostenibilità.

 

FUTURO AL CUBO – Intervista a Giulia Gennaro, operàri

FUTURO AL CUBO – Intervista a Giulia Gennaro, operàri

Contributo di Giulia Gennaro, Board Member operàri

Cosa si aspetta un giovane che entra nel mondo del lavoro dall’organizzazione di cui fa parte dal punto di vista della formazione?
Noi giovani che entriamo nel mondo del lavoro abbiamo le idee chiare su una cosa: vogliamo davvero imparare e crescere professionalmente. Anch’io, come tanti della mia generazione, ho iniziato la mia ricerca di lavoro puntando sui tirocini post università, considerandoli come un trampolino di lancio per la mia carriera.
Il Ministero del Lavoro definisce il tirocinio come un periodo di formazione strutturata. Ma spesso la realtà che incontriamo sul campo è diversa da questa definizione. Quando andavo ai primi colloqui, la domanda che facevo sempre era: “Quali opportunità di formazione offrite?”. All’inizio mi sentivo un po’ in imbarazzo a chiederlo, temendo di apparire presuntuosa, ma per me era importante capire l’approccio dell’azienda verso i giovani. Le risposte che ricevevo mi aiutavano a farmi un’idea della cultura aziendale.
Ricordo in particolare un colloquio che mi ha segnato. Alla mia domanda sulla formazione, mi hanno risposto: “Qui si impara facendo”. Quella risposta mi ha fatto capire che forse non era il posto giusto per me, perché cercavo qualcosa di più strutturato e orientato alla crescita.
La verità è che noi giovani non abbiamo molte aspettative, ma cerchiamo un’organizzazione che rispetti l’esperienza formativa del tirocinio e anche noi giovani come persone. Essere affiancati durante tutto il percorso formativo, e non solo nel primo mese, è fondamentale per la nostra crescita personale e professionale. Credo che sia importante anche per le aziende ripensare questo approccio. Investire seriamente nella formazione significa avere professionisti preparati, persone che conoscano la realtà aziendale e i propri valori. Non chiediamo niente di straordinario: solo che quando si parla di “tirocinio formativo”, ci sia davvero un piano concreto dietro quelle parole. È un’opportunità di crescita che può fare la differenza per entrambe le parti.

Cosa dovrebbero offrire le università e gli istituti di formazione/specializzazione ai giovani che intraprendono un percorso di studi e che intendono lavorare nel settore della sostenibilità?
Il corso universitario che ho intrapreso non era specializzato sulla sostenibilità. Tuttavia, ho osservato da vicino il divario tra l’offerta formativa concentrata sulla sostenibilità e l’effettiva richiesta aziendale di competenze specifiche.
Prima di tutto, i corsi di formazione si concentrano soprattutto sull’aspetto ambientale dell’ESG. Pur riconoscendo il ruolo della responsabilità ambientale tra i pilastri ESG, credo che gli aspetti di governance e sociali vengano spesso trascurati. Capisco che le tematiche ambientali siano più immediate da spiegare e apprendere. Tuttavia, i percorsi formativi devono approfondire maggiormente il tema della governance, che rappresenta la vera forza trainante degli altri due pilastri. Avendo lavorato in un contesto focalizzato sulla sostenibilità nella governance aziendale, ho compreso il valore aggiunto che le imprese ottengono valorizzando questo aspetto.
Un altro punto critico riguarda la rappresentazione delle aziende nei casi studio. Sia nelle università sia nei corsi specialistici, prevale una rappresentazione quasi esclusiva di grandi aziende, creando un’immagine distorta del settore. Considerando che le PMI costituiscono il principale tessuto economico italiano, i corsi universitari devono porre maggiore enfasi su queste realtà. Questo è importante perché affrontano la sostenibilità con metodi e strumenti diversi, caratterizzati da sfide e opportunità specifiche.
Attualmente molti corsi formativi hanno connessioni consolidate con grandi aziende per opportunità lavorative post-accademiche, e questo porta i giovani a orientarsi verso queste organizzazioni. Solo con la rappresentazione delle piccole aziende, i giovani riescono ad avere una consapevolezza completa della varietà di organizzazioni presenti sul territorio. Le università potrebbero creare relazioni con le piccole aziende per generare opportunità professionali più diversificate.

Un suggerimento da parte di una giovane per chi organizza percorsi formativi.
Dopo l’università, ho partecipato a diversi percorsi formativi durante il tirocinio, sia sulla sostenibilità che in altri ambiti. Attraverso questi corsi, ho identificato due aspetti cruciali che meritano di essere rivisti per massimizzare l’impatto della formazione.
Innanzitutto, è fondamentale rendere il linguaggio più accessibile. Troppo spesso la formazione viene percepita come noiosa e distante perché utilizza terminologie tecniche poco coinvolgenti. Per quanto vasto sia il tema della sostenibilità, semplificare il linguaggio e integrare esempi pratici di vita quotidiana rende i contenuti accessibili anche per chi non possiede formazione specifica nel settore. Solo così il campo della sostenibilità può essere arricchito da prospettive diverse, evitando che diventi un ambiente elitario.
In secondo luogo, è necessario reinventare il metodo formativo. Attualmente la formazione è vista dai dipendenti come attività improduttiva e dalle aziende come investimento a perdere. Per trasformare questa percezione, i percorsi formativi devono evolversi diventando più interattivi attraverso case study, role-playing e tecniche di gamification. Nel campo della sostenibilità stanno emergendo corsi innovativi che integrano elementi di gioco. Le informazioni vengono assimilate più efficacemente attraverso l’interazione tra facilitatore, partecipanti e gruppo, mentre le lezioni frontali passive risultano poco incisive.
Se per le organizzazioni che sviluppano percorsi formativi questa innovazione diventa un vantaggio competitivo, per le aziende verrà riconosciuta come investimento strategico. Ripensare la formazione in chiave accessibile e interattiva non è solo una questione di efficacia didattica, ma rappresenta un’opportunità per democratizzare la conoscenza e accelerare il cambiamento nelle organizzazioni.

FUTURO AL CUBO – Intervista a Angela Mencarelli, La Fabbrica

FUTURO AL CUBO – Intervista a Angela Mencarelli, La Fabbrica

Intervista a Angela Mencarelli, Amministratrice Delegata La Fabbrica

La Fabbrica è un’agenzia di comunicazione, del Gruppo Spaggiari Parma, che punta a fare dell’educazione un vero e proprio motore di cambiamento. La missione? Trasformare la competenza e i valori delle aziende in programmi educativi e iniziative multicanale con l’obiettivo di generare valore per l’intera comunità e investire nel futuro sociale ed economico del Paese.

Cosa intende La Fabbrica per potere trasformativo dell’educazione?
Per noi l’educazione è molto più di un settore in cui operare: è una leva di cambiamento, un motore di trasformazione sociale. Nei progetti che sviluppiamo con le scuole, partiamo da un’idea semplice ma potente: aiutare le nuove generazioni a sviluppare la capacità di pensare in modo critico, creativo e flessibile. L’educazione, quando è ben strutturata, abilita le persone, dà voce al pensiero, rafforza le capacità decisionali e apre la strada all’azione. Crediamo fermamente nel suo potere trasformativo: l’educazione può cambiare le persone, e le persone possono cambiare il mondo. Per questo è fondamentale che sia capace di mettere in discussione stereotipi, aprire prospettive nuove e stimolare la comprensione della complessità. In un contesto che evolve rapidamente, dobbiamo fornire alle nuove generazioni non solo conoscenze, ma strumenti per orientarsi, adattarsi e continuare a crescere lungo tutto l’arco della vita.

Quali sono, a suo avviso, i temi sui quali è più urgente attivare progetti educativi e perché?
Oggi ci troviamo davanti a sfide che richiedono risposte immediate, profonde e strutturate. Pensiamo all’alfabetizzazione ecologica per affrontare la crisi climatica con consapevolezza sistemica e azioni sostenibili per cui serve sviluppare consapevolezza delle interconnessioni tra ambiente, economia, salute e società. Un altro ambito è quello dello sviluppo di competenze digitali critiche e della cittadinanza digitale responsabile per navigare il mondo online in modo sicuro e consapevole e partecipare alla vita pubblica anche attraverso i media digitali. Non possiamo poi ignorare l’attenzione alla salute mentale e al benessere socio-emotivo per contrastare ansia e isolamento. Infine, occorre investire nell’orientamento e nell’educazione alla scelta per aiutare i giovani a prendere decisioni consapevoli in questo mondo complesso e in continua trasformazione.

Quando si parla di educazione si pensa subito ai giovani, ma nei progetti educativi intervengono anche altri soggetti. Qual è il ruolo di insegnanti e famiglie? Come vengono coinvolti?
L’educazione è, per sua natura, un processo collettivo. L’educazione efficace e trasformativa richiede il coinvolgimento di insegnanti e famiglie attraverso un approccio partecipativo con momenti di ascolto, confronto e formazione. In questo processo collettivo, nella nostra esperienza le aziende partecipano sempre più attivamente, soprattutto sul tema dell’orientamento, intervenendo nella formazione dei giovani con competenze, esperienze e valori per promuovere una visione realistica del futuro professionale. Le aziende entrano così a far parte di un ecosistema educativo integrato, che supera i confini tradizionali della scuola per creare sinergie efficaci tra mondo della formazione, impresa e comunità locale.

FUTURO AL CUBO – Contributo di Matteo Pedrini, ALTIS – Università Cattolica e Sustainability Makers

FUTURO AL CUBO – Contributo di Matteo Pedrini, ALTIS – Università Cattolica e Sustainability Makers

“Stop the clock”? Continuiamo a investire in competenze!

Contributo di Matteo Pedrini, Direttore ALTIS – Università Cattolica e Sustainability Makers

Nel momento in cui ci si avvicina ai temi della sostenibilità in azienda, con rapidità si riconosce la portata dei cambiamenti necessari per avviare un percorso che la porti ad avere un impatto neutro, se non positivo, sull’ambiente e sulla società. I cambiamenti richiesti sono talmente pervasivi da non poter essere realizzati senza la disponibilità e il contributo da parte degli stakeholder aziendali, sia interni sia esterni, e senza una base comune attorno alla sostenibilità, condivisa tra i soggetti coinvolti nel cambiamento. Senza cultura, conoscenze e competenze condivise non è possibile intraprendere un cambiamento verso modelli di business più sostenibili.

Lo sviluppo di conoscenze e competenze condivise non può avvenire in modo istantaneo, ma richiede il tempo necessario alla raccolta di nozioni, alla loro organizzazione e alla loro interpretazione e adattamento al contesto aziendale. In questo senso, il cammino per dotarsi delle necessarie conoscenze e competenze dovrebbe avvenire con carattere anticipatorio rispetto al momento in cui si verifica la necessità in azienda di metterle in pratica. In aggiunta, l’investimento nello sviluppo di competenze non può essere limitato a una pratica spot, ma deve essere effettuato in modo continuativo, a maggior ragione in un contesto di complessità e rapida evoluzione. In estrema sintesi, per disporre di competenze adeguate bisogna partire con anticipo e bisogna assicurarne il continuo aggiornamento.

Le crescenti pressioni delle istituzioni e le attività normative attorno ai temi di sostenibilità, in particolare da parte dell’Unione Europea, negli ultimi anni hanno portato a un intensificarsi degli investimenti delle aziende in percorsi dedicati allo sviluppo di competenze e conoscenze in ambito di sostenibilità. Questi investimenti hanno permesso un importante avanzamento da parte di manager e imprenditori mossi dal tentativo di attrezzarsi per intraprendere percorsi di cambiamento aziendale verso modelli sempre più sostenibili e di fornire risposte adeguate e credibili alle crescenti attese degli stakeholder. Di fronte ai recenti interventi dell’Unione Europea che hanno allentato gli obblighi normativi attorno alla sostenibilità in capo alle aziende (i c.d. “Pacchetti omnibus” e “Stop the clock”), il rischio è di vedere un progressivo rallentamento del loro impegno in questo ambito. Questo è un rischio da evitare per differenti ragioni. Innanzitutto, l’allentarsi di normative Europee non significa che le sfide epocali per lo sviluppo di un’economia più attenta all’ambiente naturale e alla società non siano più rilevanti o addirittura sorpassate. Per fare solo qualche esempio, i problemi connessi al riscaldamento globale, alla crescente iniquità sociale e alle problematiche connesse al rispetto dei diritti umani a livello globale rimangono ancora ampiamente aperti e chiedono alle aziende di interrogarsi su quale possa essere il loro contributo in merito. In seconda battuta, il rallentamento dell’entrata in vigore delle normative Europee ha l’obiettivo di permettere alle aziende di avere il tempo necessario allo sviluppo delle conoscenze e competenze necessarie. Serve quindi continuare a investire oggi in formazione attorno ai temi della sostenibilità per anticipare l’esigenza di competenze che si manifesterà con maggiore intensità nei prossimi anni. Questo è ancor più vero con riferimento alla sostenibilità aziendale che chiede di sviluppare e combinare un’ampia varietà di competenze.

Oggi più che mai è importante che ai rallentamenti apportati ad alcune normative attorno ai temi di sostenibilità non corrisponda un analogo rallentamento nei processi di formazione di manager e imprenditori attorno agli stessi temi. A riguardo, particolare attenzione deve essere dedicata a favorire i percorsi di formazione delle aziende di piccole e medie dimensioni le quali, più di altre, rischiano di interrompere eventuali percorsi di sviluppo di competenze in ambito di sostenibilità già avviati. Se le grandi organizzazioni si sono infatti da tempo strutturate, è proprio nelle piccole e medie aziende che rimangono delle sacche di parziale o totale mancanza di competenze attorno alla gestione della sostenibilità in azienda.

FUTURO AL CUBO – Contributo di Giuseppe Addamo, VAIA

FUTURO AL CUBO – Contributo di Giuseppe Addamo, VAIA

VAIA, DALLA TEMPESTA ALLA RINASCITA

Contributo di Giuseppe Addamo, Founder VAIA

Giuseppe Addamo, uno dei fondatori della B-Corp VAIA, racconta come l’economia circolare possa giocare un ruolo importante nella rigenerazione ambientale.

Nel 2018, nel cuore delle Dolomiti, si abbatte una tempesta devastante che cambia per sempre il paesaggio e la vita delle persone che abitano questa terra. Abbattendo più di 40 milioni di alberi in una sola notte, Vaia ha causato danni incalcolabili, candidandosi ad essere ricordato come un evento climatico senza precedenti. I segni lasciati dalla catastrofe sul tessuto sociale delle comunità locali sono tuttora indelebili. Come spesso accade però, dalla distruzione può nascere una nuova speranza.

Io e il mio team ci siamo impegnati per dare concretezza a questa speranza, trasformandola in un modello d’impresa. Il modello d’impresa fondato da VAIA – l’azienda che ho fondato con Federico Stefani, Paolo Milan e Alessandro Dietre – si basa su quattro pilastri: circolarità, artigianato, design e give back. Oggi vogliamo approfondire proprio il concetto della circolarità.

La circolarità è un concetto che esiste in Natura, tant’è che il “rifiuto” in realtà è legato a un’attività trasformativa dell’essere umano. Soprattutto in ambito aziendale, gli scarti sono un tema non solo rilevante in termini di costi, ma anche in termini strategici. Indicatori come MCI e LCA sono ormai fondamentali nella strategia di sostenibilità aziendale. Tuttavia, oggi non voglio parlare di tecnicismi. Voglio raccontare una storia di economia circolare un po’ diversa, che riguarda proprio VAIA.

Ogni oggetto VAIA è realizzato con un legno prezioso, l’abete rosso. I boschi delle Dolomiti, ricchi di abeti, sono sempre stati una fonte di sostentamento per le comunità locali e le persone che lì abitavano. Questa tipologia di legno così particolare veniva impiegata, per tradizione, nella costruzione di case, mobili e strumenti musicali, soprattutto i violini. Non solo: l’abete rosso è naturalmente predisposto per la realizzazione di strumenti musicali. Mirabili esempi sono gli Stradivari, famosi in tutto il mondo per l’unicità del suono propagato dalla loro cassa armonica.

Noi in VAIA abbiamo scelto non solo di valorizzare il legno d’abete – che altrimenti, dopo la tempesta, sarebbe stato svenduto, come in parte è successo purtroppo – lavorandolo qui in Italia con artigiani locali. Abbiamo fatto di più: abbiamo anche ridato una storia a quel legno, esaltando proprio il suo valore simbolico. Creare oggetti di questo tipo è una metafora potente, amplifica un messaggio, quello della speranza ma anche della consapevolezza riguardo alle crisi che il mondo si trova costretto ad affrontare, da quella climatica a quella geopolitica.

Perciò, la mia riflessione sull’economia circolare è che bisogna avere una storia, un’anima. In questo modo, la circolarità può raggiungere il cuore delle persone, acquisire importanza e diventare un esempio replicabile per altri. E, a proposito di replicabilità, il modello VAIA uscirà presto fuori dai confini trentini per espandersi anche in Puglia, dove un’altra piaga come quella della Xylella, continua a fare strage di olivi. Presto racconteremo altro, ma per restare aggiornati è possibile visitare il nostro sito oppure scriverci a info@vaia.eu.

FUTURO AL CUBO – Intervista a Giuseppe Farolfi, Greenthesis Group

FUTURO AL CUBO – Intervista a Giuseppe Farolfi, Greenthesis Group

Giuseppe Farolfi Greenthesis GroupIntervista a Giuseppe Farolfi, Sustainability & CSR Manager Greenthesis Group

Greenthesis Group è uno dei principali operatori italiani nel settore ambientale. Si occupa di gestione dei rifiuti, economia circolare, bonifiche ambientali, produzione di energia rinnovabile e recupero di materia, il tutto con un approccio innovativo e sostenibile.

Cosa significa “economia circolare” per Greenthesis Group?
Per Greenthesis Group, l’economia circolare non è solo un modello teorico, ma un approccio operativo che guida tutte le nostre attività. Significa trasformare i rifiuti in risorse, recuperando materia ed energia, riducendo l’uso di risorse vergini e minimizzando l’impatto ambientale. Ogni nostro impianto è gestito per favorire la chiusura del ciclo, in modo da valorizzare ciò che prima veniva scartato. Recuperiamo materiali, produciamo energia rinnovabile e fertilizzanti naturali, sviluppiamo soluzioni sostenibili e personalizzate per clienti pubblici e privati. L’economia circolare per noi è allo stesso tempo la chiave di volta del nostro presente sulla quale costruire anche un futuro più resiliente, efficiente e, per quanto possibile, a zero rifiuti.

“Think green, act smart”: qual è il ruolo dell’innovazione nel vostro settore?
Il pay off che abbiamo scelto “Think green, act smart” esprime perfettamente il nostro approccio: pensare in modo sostenibile, agire con intelligenza e tecnologia. L’innovazione per noi è essenziale per rendere l’economia circolare realmente efficace e scalabile. Investiamo in impianti all’avanguardia, sistemi di monitoraggio evoluti, tracciabilità e soluzioni ingegneristiche avanzate. Nel nostro settore, innovare significa innanzi tutto, ottimizzare il recupero di materiali ed energia, ridurre le emissioni e sviluppare nuove forme di valorizzazione dei rifiuti derivanti dai cicli produttivi. È così che rendiamo sostenibili anche i processi complessi, unendo efficienza industriale e responsabilità ambientale.

Tre numeri legati all’economia circolare che rappresentano un segnale positivo per un futuro più sostenibile.
• 95% dei rifiuti non più commercializzabili e dei relativi imballaggi trattati nell’impianto di GTH Agromet vengono recuperati, con un processo sostenibile che non richiede l’impiego di prodotti chimici e non comporta l’emissione di sostanze inquinanti.
• 70.000 MWh di energia rinnovabile prodotta nel 2024
• 123.000 tonnellate di EoW materia prima seconda recuperate grazie ai nostri impianti di trattamento