Le voci dei protagonisti: Fondazione Asilo Mariuccia

Intervista a Valentina Boccia, Direttore Generale Fondazione Asilo Mariuccia

Valentina BocciaDopo oltre 120 anni di attività, come cambia oggi il concetto di accoglienza davanti a nuove fragilità sociali, violenza domestica e disagio minorile?
Fin dalle sue origini, il nostro modello è stato fondato sull’empowerment femminile: in una Milano che, con la Rivoluzione industriale, iniziava ad integrare le donne nel mondo del lavoro, l’accoglienza di bambine fragili e trascurate dalle loro famiglie significava già offrire strumenti concreti di educazione al lavoro secondo il principio che la dignità è il frutto della conquista dell’autonomia e di un lavoro.

Oggi, di fronte a nuove emergenze sociali – dalla violenza sulle donne, alla crisi abitativa – questo approccio si rinnova. Accogliere significa infatti accompagnare le persone in un percorso di ricostruzione della propria autonomia. Il tema della parità di genere, si intreccia con quello della povertà e con la reale possibilità di ricominciare.

Per le donne con bambini vittime di violenza e per i minori soli, l’empowerment passa in modo decisivo dalla formazione e dall’educazione al lavoro. Offrire competenze e strumenti per entrare nel mondo lavorativo significa restituire libertà di scelta e prospettive future.

Il “modello Asilo Mariuccia” continua a rappresentare un’accoglienza attiva e trasformativa: un percorso che punta a costruire le condizioni per una reale inclusione sociale.

Voi non offrite solo protezione, ma percorsi di autonomia: quali condizioni servono davvero perché una donna o un giovane possano ripartire in modo stabile?
La protezione è solo il primo passo: serve un progetto di vita che permetta una reale conquista dell’autonomia nel tempo.

Innanzitutto, è fondamentale la stabilità: un contesto sicuro, tempi adeguati e continuità nei percorsi educativi e di accompagnamento. Le situazioni di violenza subita o assistita richiedono processi graduali e personalizzati. Serve sempre un lavoro profondo sulla paura, l’autostima e la consapevolezza di sé. Ripartire significa anche riconoscere il proprio valore, riattivare risorse personali e immaginare un futuro possibile.

Accanto a questo, è centrale l’accesso a opportunità concrete: formazione e inserimento lavorativo. Senza questo il rischio di ricadere in condizioni di vulnerabilità resta elevato.

Un altro fattore determinante è la rete: relazioni, servizi integrati sul territorio, collaborazione tra pubblico e privato sociale. Nessun percorso di autonomia può essere costruito in isolamento.

La vostra storia nasce da una visione pionieristica sui diritti delle donne: quale battaglia sociale sentite oggi più urgente da portare avanti?
La violenza di genere continua purtroppo ad essere un fenomeno strutturale, che richiede non solo interventi di protezione, ma un cambiamento culturale profondo. Accanto a ciò, sentiamo come prioritaria la sfida dell’autonomia economica: senza accesso alla formazione e al lavoro la libertà resta incompleta.

Per questo oggi la nostra azione si concentra su due fronti strettamente intrecciati: contrastare la violenza e costruire percorsi concreti di inclusione sociale e lavorativa. Significa investire sull’educazione, a partire dai più giovani, promuovere modelli di relazione basati sul rispetto e sull’uguaglianza, e accompagnare le donne e i ragazzi in percorsi che restituiscano loro indipendenza e possibilità di scelta.