Le voci dei protagonisti: Fondazione Healthy Seas

Intervista a Samara Croci, Communications Manager Fondazione Healthy Seas

Samara CrociNel 2025 avete operato in 20 Paesi e raccolto 81,1 tonnellate di rifiuti marini. Quali iniziative hanno generato maggiore impatto e come queste attività possono essere sviluppate attraverso collaborazioni con aziende e altri partner?
Nel 2025 abbiamo lavorato su contesti molto diversi, ma le iniziative più impattanti sono quelle che combinano complessità operativa e valore sistemico. I progetti sulle ghost farms, ad esempio, non riguardano solo la rimozione di strutture abbandonate, ma rendono visibile un problema più ampio legato a responsabilità, gestione e prevenzione.

Allo stesso tempo, i progetti su relitti e fondali ci stanno permettendo di integrare sempre più la componente scientifica, monitorando l’impatto delle reti sulla biodiversità e i processi di recupero dopo la rimozione.

Accanto a questi, collaborazioni come quella con il mondo dello sport e con atleti ci permettono di amplificare il messaggio e coinvolgere nuovi pubblici, creando connessioni tra performance, ambiente e benessere.

La selezione delle aree non si basa solo sulla quantità di rifiuti, ma sul potenziale di attivare collaborazioni locali, generare conoscenza e creare modelli replicabili. È in questi contesti che l’impatto si estende oltre il singolo intervento.

Uno dei dati più rilevanti riguarda il coinvolgimento di 1.250 pescatori e allevamenti ittici, oltre a 550 subacquei volontari. Quanto conta la collaborazione con le comunità locali e come trasformate questi stakeholder in partner stabili della tutela marina? 
La collaborazione con le comunità locali è centrale, ma non è mai un processo automatico. Pescatori, allevatori ittici e subacquei non sono solo stakeholder: sono spesso i primi a conoscere il problema e, se coinvolti nel modo giusto, diventano parte della soluzione.
Il passaggio da partecipazione a partnership avviene quando si crea valore condiviso. Nei nostri progetti lavoriamo per costruire relazioni di lungo periodo, in cui competenze locali, conoscenza del territorio e obiettivi ambientali si incontrano.

In questo senso, anche la dimensione circolare gioca un ruolo importante: vedere i materiali recuperati tornare a nuova vita in prodotti concreti — come un costume o un capo di abbigliamento — è qualcosa che genera orgoglio e senso di partecipazione. Sapere di aver contribuito direttamente a quel processo rende il cambiamento tangibile.

Questo approccio si riflette anche nelle collaborazioni con il settore privato: le aziende non sono solo finanziatori, ma contribuiscono attivamente allo sviluppo dei progetti, rendendo possibile un modello che connette azione ambientale e trasformazione dei sistemi.

Avete coinvolto 13.339 bambini attraverso 73 eventi educativi globali. In che modo l’educazione delle nuove generazioni contribuisce alla vostra strategia di sostenibilità e quali cambiamenti concreti avete osservato nei territori coinvolti?
L’educazione è uno degli elementi più trasformativi, anche se il suo impatto è meno immediato da misurare. Nei nostri programmi lavoriamo sempre più su approcci pratici, in cui studenti e giovani sono coinvolti in attività che collegano direttamente ambiente, materiali e sistemi produttivi.

Un esempio sono i workshop sull’economia circolare, dove i partecipanti esplorano il ciclo di vita dei prodotti e comprendono come le scelte di design influenzino ciò che accade dopo l’uso. Parallelamente, collaboriamo con università e studenti che si stanno formando per lavorare nel settore dell’acquacoltura, affrontando temi come la gestione dei rifiuti e il problema dei siti abbandonati, per contribuire a prevenire criticità future.

Quello che osserviamo è uno spostamento di prospettiva: non solo maggiore consapevolezza, ma la capacità di leggere i problemi in modo sistemico. In questo senso, educazione e clean-up si rafforzano a vicenda: il clean-up rende visibile il problema, l’educazione lo rende comprensibile e, nel tempo, trasformabile.