Intervista a Luigi De Micco, Presidente PlayMore!
Avete trasformato lo sport in uno strumento di inclusione concreta: quali indicatori utilizzate per misurare il vostro impatto sociale sulle persone coinvolte, oltre ai numeri di partecipazione?
I numeri sono importanti, ma da soli non raccontano cosa succede quando una persona si sente parte di una comunità. Il primo indicatore è la rete che si forma: quante persone tornano non perché devono, ma perché hanno trovato un posto per loro. Quante relazioni nuove nascono tra persone che normalmente non si incontrerebbero mai — un ragazzo con disabilità e un volontario aziendale, un anziano e un adolescente. Raccogliamo anche feedback dai servizi sociali: quando un’educatrice dice “quel ragazzo non si alzava dal letto e adesso aspetta il martedì per venire da voi”, abbiamo un dato che vale quanto qualsiasi tabella. Lo sport inclusivo crea uno spazio in cui le persone smettono di essere categorie e tornano a essere persone.
Collaborate con aziende su progetti di CSR: cosa distingue una partnership autenticamente trasformativa da una semplice operazione reputazionale?
La differenza la fa il coinvolgimento reale: ce ne si accorge al primo incontro. Chi arriva con richieste “a scaffale” ci vede come un’impresa di servizi, non come una realtà che usa lo sport per generare impatto sociale autentico. Le partnership più belle nascono quando c’è una visione condivisa: partecipazione, filantropia e condivisione per costruire relazioni vere e impatto. La domanda è una sola: si è disposti a farsi cambiare da esperienze come quelle di PlayMore!? Le iniziative costruite solo per essere raccontate durano il tempo del racconto, quelle costruite sulle relazioni restano.
In un contesto urbano come Milano, dove crescono solitudine, fragilità economica e disuguaglianze, quale ruolo può avere un centro sportivo sociale nel diventare presidio di comunità e non solo luogo di attività fisica?
Milano brilla per innovazione, ma dentro quella luce ci sono zone d’ombra: famiglie che non arrivano alla terza settimana del mese, anziani che per giorni non sentono un’altra voce umana, ragazzi senza un posto in cui sentirsi accolti. Noi immaginiamo PlayMore! come una piazza contemporanea: si viene per fare sport, poi si resta per stare insieme. Con RunChallenge quest’idea si sta replicando in 14 città tra Italia ed Europa — perché il bisogno di comunità non è solo milanese. Ma una piazza vive grazie alla rete intorno: servizi sociali, scuole, associazioni, aziende. Più quella rete è solida, più raggiungiamo chi ha bisogno di sentirsi aspettato prima ancora che allenato. Quando un centro diventa un luogo in cui ci si sente visti e accolti, smette di essere un impianto. Diventa comunità.