Le voci dei protagonisti: VIDAS

Intervista a Antonio Benedetti, Direttore Generale VIDAS

Antonio Benedetti VIDASIn un sistema sanitario sotto pressione, come riuscite a difendere il principio della gratuità e universalità delle cure palliative senza compromettere qualità, innovazione e sostenibilità economica?
La gratuità e l’eccellenza della cura sono elementi costitutivi della missione di VIDAS, e non sono negoziabili. Per salvaguardare questi valori, dobbiamo guardare alle sfide che abbiamo di fronte cogliendo tutte le opportunità che il progresso tecnologico ci mette a disposizione. La sostenibilità nel lungo periodo si baserà molto sulla nostra capacità di innovare. I processi dovranno essere ottimizzati, per fare un miglior uso delle risorse, e deve essere chiaro che aumentare l’efficienza non significa disumanizzare, ma significa liberare tempo prezioso da dedicare al paziente. L’innovazione tecnologica offre inoltre opportunità enormi, grazie ai progressi nel campo del monitoraggio a distanza, nella diagnostica, nella gestione dei dati e nella semplificazione dell’integrazione dei sistemi. Abbiamo da poco lanciato la nuova cartella clinica elettronica, integrata con l’ERP, tutto sviluppato su sistemi open che saranno in grado di accogliere i nuovi sviluppi basati sull’AI. Sarà un cammino imprescindibile per la sostenibilità nel lungo periodo, siamo solo all’inizio.

I vostri bilanci raccontano numeri importanti, ma dietro ogni dato ci sono famiglie, paure e fragilità: come si misura davvero l’impatto umano di un’organizzazione come VIDAS oltre gli indicatori tradizionali?
Il bisogno di assistenza è in costante aumento, e di conseguenza il nostro budget diventa sempre più importante. Nel ringraziare i nostri donatori e la Regione Lombardia, che coprono rispettivamente 2/3 e 1/3 dei nostri costi, ci tengo a sottolineare quanto i numeri non bastino a quantificare l’impatto dell’assistenza su tutti coloro che sono coinvolti in un percorso così complesso e delicato.
Vidas ha una visione olistica del dolore nelle sue dimensioni fisiche, psicologiche, sociali e spirituali. Il sostegno clinico deve essere di altissimo livello, ma dobbiamo prenderci cura anche di tutte le altre dimensioni.
Ci sono cose umanamente insostituibili, un sorriso, una carezza, tenere per mano una persona che ha paura. Crediamo fortemente in una sorta di “effetto farfalla” del bene, che può avere effetti positivi enormi ed inaspettati. Un’amplificazione virtuosa.

Dopo oltre quarant’anni di attività, quale cambiamento culturale manca ancora in Italia perché le cure palliative siano percepite non come “fine”, ma come diritto alla dignità e alla miglior vita possibile fino all’ultimo giorno?
Il cammino è avviato e i segnali sono incoraggianti. La nostra ricerca IPSOS del 2024 conferma che, dalla Legge 38 del 2010 (che garantisce l’accesso alle cure palliative e alla terapia del dolore), la consapevolezza collettiva ha fatto un salto di qualità significativo. Adesso il prossimo passo sarà quello di fare rete, senza la quale l’erogazione sarà sempre sottodimensionata al bisogno. Per farlo il cambio culturale dovrà coinvolgere tutti gli operatori del settore. Lavorare in rete, insieme, non è un’opzione, ma l’unica possibilità per rispondere in modo adeguato.
Dobbiamo superare la frammentazione, i personalismi, e mettere realmente al centro la persona sofferente. Le cure palliative possono essere una risposta strutturale ed estremamente efficace allo “tsunami sociale” causato dall’invecchiamento della popolazione, dall’aumento della povertà e della solitudine.
Riconoscere le cure palliative come diritto alla dignità significa guardare al futuro del nostro welfare con realismo, garantendo a chiunque la miglior qualità di vita possibile, in ogni momento del percorso.